MATTEO (II) PROBO THUN (1812-1892) UN GENTILUOMO D’ALTRI TEMPI

MATTEO (II) PROBO THUN (1812-1892) UN GENTILUOMO D’ALTRI TEMPI

Matteo (II) Francesco Giuseppe Probo Thun-Hohenstein nacque il 28 novembre 1812, a Trento in via Larga (oggi via Belenzani), nel suo palazzo comitale, attuale sede del Comune del capoluogo. Era l’unico figlio del conte Ernesto e della contessa bresciana Violante Martinengo Cesaresco.

Fu battezzato il 28 gennaio 1813, nella cappella del suo palazzo, dal cugino Emanuele Maria Thun, vescovo di Trento, succeduto nel 1800 al vescovo Pietro Vigilio Thun, prozio di Matteo. Visse la sua gioventù tra castel Thun e a Trento nel palazzo di famiglia. Ebbe come precettore il sacerdote noneso don Gioseffo Pinamonti, valente storico, impegnato nel progresso sociale e nell’emancipazione del popolo trentino.

Da giovane frequentò il liceo cittadino dove ebbe come compagni Giovan Battista a Prato, Giovanni Prati ed Antonio Gazzoletti, futuri protagonisti della cultura e della politica trentina. Ancor adolescente dimostrò una mentalità molto aperta ed una spiccata passione per l’arte e il collezionismo. Matteo visse in un ambiente culturale molto vivace, con forti apporti della cultura illuminista, aperto alle novità, ma fedele anche alla conservazione delle memorie passate.

Dalle sue numerose lettere traspare un grande amore per l’arte ed un gusto molto raffinato teso, soprattutto, a render sempre più sontuoso il suo maniero e la sua dimora trentina. Frequentò l’ambiente artistico di Brera e, amante dell’arte, strinse amicizia con i più famosi artisti del tempo. Frequentò il pittore Giuseppe Molteni che gli esegui pure un ritratto. Al pittore Rodolfo Garavaglia commissionò una rappresentazione di castel Thun. Altre committenze furono affidate pure agli artisti Ferrari e Liparini. Nel 1833 trascorse parecchio tempo a Milano e a Torino, frequentando teatri e ambienti colti; nel 1837 si recò a Salisburgo, Vienna, Trieste e Venezia. In quella occasione conobbe la giovane Raimonda Thurn-Hofer Valsassina, per tutti Raimondina, che sposò sempre a Venezia il 22 gennaio 1839. Ella morì di parto, insieme al figlio, due anni dopo, il 2 gennaio 1841. Questo matrimonio lasciò in eredità a Matteo solidi rapporti con la famiglia d’origine, in particolare con la cognata Teresa, moglie di Egon von Hohenlohe e con il cerchio di amicizie della defunta, che comprendeva gli Spaur di Venezia e le famiglie ducale di Modena e vicereale di Milano.

Il 12 giugno 1843 sposò in seconde nozze Carolina d’Arsio, appartenente a una famiglia della nobiltà locale, di nove anni più giovane di lui. Questa volta fu un matrimonio duraturo. Carolina sopravvisse al marito e gli diede ben sei figli. Il legame spirituale e culturale con la madre e, per suo tramite, con gli ambienti della cultura e della committenza italiana lo spinse ad intraprendere un ambizioso progetto di rinnovamento del palazzo di famiglia di Trento, affidandolo all’architetto bresciano Rodolfo Vantini. Questa opera fu realizzata tra il 1831 e il 1839. Per completare tali lavori Matteo dovette spendere soldi a piene mani. Arricchì pure castel Thun con oggetti rari e costosi, tanto da renderlo, alla fine, simile ad una reggia. Con il tempo il castello diventò un luogo d’osmosi artistica fra il mondo culturale del Nord Europa e quello italiano. L’importanza del castel Thun e dei suoi proprietari fu sancita nel 1858 dalla visita dell’arciduca d’Austria Carlo Lodovico, fratello dell’imperatore Francesco Giuseppe, giunto con la moglie l’arciduchessa Margherita di Sassonia, accompagnati da un seguito di carrozze tirate da ventiquattro coppie di cavalli bianchi. Matteo, con grande mecenatismo, ospitò a castel Thun anche diversi artisti, fra i quali il poeta Giovanni Prati che durante il suo soggiorno, scrisse alcune liriche famose, come la ballata “Armede”. Verso i quarant’anni Matteo iniziò la sua ascesa politica e sociale legandosi ai circoli liberali e autonomisti attivi nella città di Trento.

Matteo Thun fece parte dell’Istituto sociale di Trento, con il quale organizzò l’Esposizione di arti, mestieri e prodotti industriali (1846); nel 1847 partecipò al Congresso degli scienziati italiani in Venezia e fu aggregato all’Accademia olimpica di Vicenza; nel 1848 fu associato anche all’Accademia roveretana degli Agiati.

Nel 1851 fu eletto consigliere comunale e nominato corrispondente per Trento della Zentralcommission für Baudenkmale di Vienna; entrò in numerose società per lo sviluppo economico del territorio; propugnò la costruzione della ferrovia del Brennero; partecipò ai lavori della locale sezione della Società agraria tirolese, di cui fu anche presidente.

Palazzo Thun e Castel Thun furono luogo di ritrovo dei liberali, tra i quali Giovanni Prati e Tommaso Gar, che, fra il resto, riordinò l’archivio di Castel Thun pubblicandone la prima descrizione a stampa. Rinomati erano pure gli appuntamenti musicali a palazzo Thun e le iniziative organizzate presso il Teatro Sociale di Trento, del quale la famiglia era fondatrice e sostenitrice. Egli fu il promotore e principale mecenate della Biblioteca Comunale di Trento e collaborò attivamente all’istituzione del Museo Civico della città fornendo allo stesso diverse collezioni.

Nella sua vita scrisse circa novemila lettere. Di queste, 520 sono state recensite da Emanuela Rollandini e pubblicate a cura della Direzione del Castello del Buonconsiglio e della Società Studi Trentini nel volume “Matteo Thun e le arti”.

Successivamente, a seguito dei suoi problemi finanziari, egli trasferì tutta la famiglia a Padova, ricostruendo nella città veneta una rete di relazioni che stava perdendo a Trento. A Padova combinò il matrimonio della figlia Giovanna con il conte e fece studiare i due figli maschi.

Il maggiore, Leopoldo Francesco, sposò l’aristocratica toscana Giulia Gori Pannilini ed intraprese una carriera come prefetto in varie città del Regno. Passò l’ultimo quindicennio della sua vita presso il suo palazzetto Sonegg di Mezzocorona, (attuale sede della casa di riposo) in compagnia della moglie e della figlia Maria, rimasta nubile e vera amministratrice dell’azienda familiare durante gli anni del declino. Vicini ai genitori rimasero anche Antonia, con il marito Roberto Bassetti, e Francesco Augusto, che dopo la laurea in ingegneria a Padova rientrò in Trentino. Morì in quella residenza il 14 gennaio 1892.

Un suo amico coetaneo lo ricordò con le seguenti parole: “Stava da ultimo raccogliendo tranquillamente le memorie della lunga ed operosa vita quando lo colse la morte. Ora la sua maschia figura non s’aggirerà più per godere la dolce brezza che spira fra le annose querce che circondano il suo avito, principesco ed ospitale castello dove i suoi grandi occhi azzurri serenamente spaziavano lontano per la cara sua Naunia, ma riposa nel cimitero della patria città che alberga in lui uno dei suoi più benemeriti figli”. (continua …)

Piero Turri