Chiuso l’Anno santo, resta la speranza
Un anno di svolta
“Il buon giorno si vede dal mattino” – recita un antico adagio, e se applicato all’anno appena sbocciato non c’è da stare allegri.
Archiviato il 2025 con tutte le sue crisi, conflitti, e l’uragano Trump che ha scosso la politica mondiale, come sarà il 2026?
Sul piano interno, il nuovo anno sarà un tour de force elettorale: il 21 e 22 marzo ci sarà il referendum sulla riforma della giustizia e anche se la scadenza della legislatura è ancora lontana, sarà il giro di boa che proietta i partiti verso il voto nazionale. È un “si” o un “no” che in ogni caso, a prescindere dal vincitore rappresenta una svolta nel sistema istituzionale che come tutte le cose umane, ogni tanto ha bisogno di resettarsi e di rapportarsi ai tempi.
In tutti i settori della società la sicurezza e la certezza del diritto sono aspetti fondamentali che vanno di pari passo. Poter contare su una giustizia affidabile, coerente e tempestiva è alla base di ogni progetto di buon vivere ed è fondamentale anche per la crescita economica che ha bisogno di stabilità e di far valere il diritto, in tempi certi e non all’infinito come succede oggi.
Sul piano internazionale i colpi di scena sono quasi all’ordine del giorno con focolai di violenza, rivendicazioni e rivolte. In questa fase complicata ciò che stride di più e preoccupa è la scomparsa o quasi delle Nazioni Unite dai radar della politica mondiale, un’inerzia assordante ed impotente che rende indecifrabile il domani dei rapporti tra gli Stati.
Un uragano di problemi e di crisi con lo shock del conflitto in Medio Oriente che si regge su una sempre più fragile tregua; la guerra di logoramento della Russia in Ucraina che prosegue di pari passo con l’affievolirsi delle voci di pace; la rivolta popolare in Iran; il caso Venezuela e crisi che divampano di qua e di là senza che il pompiere istituzionale per logica e vocazione, l’ONU, faccia o possa fare qualcosa per spegnere o contenere i focolai prima che deflagrino.
Una perdita di rilevanza quello della diplomazia che nel corso dell’ultimo decennio si è via via accentuata e che ora sta plasticamente sotto gli occhi dell’opinione pubblica mondiale.
L’agente di cambiamento è l’America che con l’amministrazione di Donald Trump sta rivoluzionando la politica dei rapporti internazionali.
E noi? L’Europa è in crisi perché non ha un barlume di unità e direzione, è ciecamente adagiata su una centralità persa da decenni e con assurdità ideologiche che ne minano lo spirito creativo che si ripetono all’infinito. Sembra un gigante stretto tra mille lacci e laccioli in un mondo che cammina ignorandolo. La prova è nella reazione disarticolata di fronte alle iniziative di Washington e delle sue imprese globali. L’Europa ha perso la sfida tecnologica, è un nano nell’era digitale, è dipendente nel mondo dell’energia, è scarsa di materie prime. Eccelle invece nelle regole e nell’auto-burocrazia Che cosa siamo? Non si sa. Che cosa vogliamo? Basterebbe richiamarsi finalmente allo spirito dei Padri fondatori Degasperi, Schumann ed Adenauer e non continuare a puntare solo su accordi commerciali e ricorrere ideologie alla moda del momento che sradicano una storia secolare: per creare le fondamenta dell’unione bisogna ripartire dalle radici.
Anno Santo, milioni di pellegrini, ma cosa resta?
A Natale è finito l’anno giubilare 2025, si sono chiuse le porte sante attraversate da milioni di persone: centotrenta milioni secondo le stime dalle varie diocesi nel mondo, e ben trentadue milioni i fedeli che a Roma sono transitati nelle quattro basiliche giubilari.
Il card. Mauro Gambetti ‘mura’ la porta santa di S. Pietro
Una porta santa c’era anche in val di Non a Sanzeno. Non esiste una statistica puntuale di quanti con spirito giubilare hanno varcato quella della basilica dei Santi Martiri d’Anaunia, ma nel corso dell’Anno Santo – ci dice il parroco padre Bortolino Maistrello – c’è stato un significativo aumento di presenze grazie anche al traino del vicino santuario di San Romedio.
Cosa resta dell’Anno Santo? La speranza, accanto alla misericordia, era il leitmotiv dell’evento avviato da Papa Francesco e chiuso dal successore papa Leone XIV che nella Messa dell’Epifania ha ricordato come “il Giubileo non è stato un tempo separato dalla storia, ma un evento immerso nella realtà di un mondo segnato da conflitti, disuguaglianze, paure”.
Il Giubileo si è svolto in un anno particolarmente ferito da guerre, migrazioni forzate, povertà crescenti. In questo contesto, “la Porta Santa è rimasta aperta – ha sottolineato il Papa – come segno di una misericordia che non si ritrae e prima di tutto un messaggio di speranza”.
Secondo i dati diffusi dalla Santa Sede, oltre 32 milioni di pellegrini hanno attraversato le Porte Sante nel corso dell’Anno Giubilare, provenienti da più di 170 Paesi. Nei momenti centrali si sono registrate presenze quotidiane superiori ai 200 mila pellegrini. Circa il 40 per cento dei partecipanti aveva meno di 35 anni, mentre oltre sei milioni sono stati i bambini e gli adolescenti coinvolti in celebrazioni, incontri e cammini spirituali. Numeri che raccontano una domanda di speranza viva e trasversale.
Nell’omelia dell’Epifania e poi all’Angelus, il Pontefice ha affidato al mondo il lascito più forte dell’Anno Santo: «Invece dell’industria della guerra si affermi l’artigianato della pace». Un appello netto, pronunciato in un tempo segnato da conflitti e tensioni globali, accompagnato dal rifiuto dei «deliri di onnipotenza» e dall’invito a custodire ciò che è fragile, nascente, umano. Per Leone XIV la pace non è un progetto astratto, ma un lavoro paziente, quotidiano, fatto di relazioni e responsabilità. Come fa l’artigiano.
Guerra e pace
Come non esiste in assoluto la ‘guerra giusta’ è altrettanto vero che non c’è una pace che sia davvero giusta. Questa almeno è l’impressione che si ricava dalla storia perché anche i conflitti più vittoriosi hanno lasciato voglia di rivalsa ed un senso di ingiustizia che ha dato origine a nuovi conflitti, a nuove guerre.
Dovrebbero pensarci coloro che, in Europa sopra tutto, per far continuar lo scontro in Ucraina parlano di pace giusta ignorando la realtà. La pace giusta in termini assoluti non esiste, esiste la pace senza aggettivi e che nasce dalla volontà di arrivarvi … con un compromesso. Ci sta provando, tenacemente e tra mille ostacoli, il presidente americano Donald Trump che si è fissato nella missione di chiudere il conflitto ucraino che, non dimentichiamolo, si combatte ferocemente da quattro anni, la stessa durata della guerra mondiale 1914 – 1918.


