Il “Gotha” dei paesi (*) Privilegi fiscali, una volta …

Il “Gotha” dei paesi (*) Privilegi fiscali, una volta …
Castel Valer (disegno di Fernando Inama)

Le valli del Noce sono una terra di castelli: 39, si dice; ma in realtà molti di più. E terra ricca, se circa un quarto delle imposte raccolte dal Principe Vescovo veniva da qui. La buona redditività del suolo, l’allevamento dei bovini, la diffusione dei boschi formavano il capitale che faceva gola ai potenti: famiglie di antichissima nobiltà, come i Flavon, o gente salita di rango per le cariche ottenute nel Principato o per i favoritismi dei Vescovi. A tali aristocratici di sangue, si aggiunsero via via altri ceppi familiari, chiamati per brevità “nobili rurali” o “nobili gentili”.

Fino al XV secolo erano pressa poco duecento; il Vescovo e poi cardinale Bernardo Cles ne aggiunse altri, tanto che nel secolo successivo – il 1600 – i nobili rurali si trovano insediati in 33 paesi delle due valli.

La “nobilitazione” era di solito legata alla fedeltà verso ii sovrano territoriale dimostrata in momenti particolari, od alla parentela del Vescovo con alcune famiglie.

I nobili gentili godevano dell’esenzione dalle tasse ordinarie e potevano fregiarsi di uno stemma concesso dalla cancelleria vescovile. II blasone ed il privilegio di non sottostare alle imposte erano dunque i contrassegni della nobiltà campagnola nonesa e solandra; se v’era obbligo di pagare, i nobili formavano una cassa comune, non sborsando del proprio, ma gravando uno dei loro fondi d’un affitto perpetuo, versato al Massaro dell’Anaunia.

La gente sentiva come un’offesa il privilegio di cui i nobili rurali si avvalevano; tanto più che essi non vivevano in castelli o dimore fortificate, ma in case – forse un poco più vistose, ma in realtà piuttosto umili – accanto alle abitazioni dei comuni mortali.

Mal tollerato era poi il fatto che le quote d’imposta pagate dalla nobiltà fossero assai piccole, in rapporto ai beni posseduti; a ciò si aggiunga l’esenzione dalle frequenti tasse straordinarie (dovute dopo eventi bellici o per l’ingresso di un nuovo Vescovo).

La popolazione si difendeva contro lo strapotere dei nobili rurali – e dei nobili di sangue – con le Carte di Regola, patti di autogoverno locale che proteggevano i beni comuni dei paesi dall’avidità dei signori.

Talvolta i conflitti di interesse fra le classi vennero risolti con un compromesso che fungeva da ammortizzatore e manteneva la pace sociale; altre volte si arrivò alla lite sanguinosa, come nel 1407, nel 1477 e nel 1525.

Si andò comunque avanti, fino all’abolizione delle Regole (5 gennaio 1805). Ma quella decisione imperiale, che avrebbe dovuto dare mano libera ai nobili, precedette di poco un altro decreto: il 21 dicembre 1807 il re di Baviera (padrone del Trentino) stabiliva che “i privilegi dei nobili rurali o gentili sono da considerarsi ovunque aboliti; d’ora in poi essi [i nobili di campagna] vengono considerati sotto tutti i riguardi come gli altri contadini delle Valli e sono quindi obbligati a sottostare a tutte le gabelle dello Stato ed a tutti gli oneri comunali”.

Con il decreto di Massimiliano, dopo alcuni secoli, finiva un mal tollerato istituto medievale ed in teoria tutti diventavano uguali davanti alla legge.

(*) Dal volume “Storia e storie nelle Valli del Noce” ed. dicembre 2001

En saut en tel temp pasà (*)

L’e bel vardar tute ste “alzare”

…dai noni e le none doperade.

Segur che ne è pasà tanti de ani…

Quanti ricordi… e …che destrani!!!

Ades no i va pu a far “farlèt”.

No se va co la “sièsla” en tel ciampet…

L’è nà en disuso el “linzuèl dal fen”.

Ancia el “soflet” con zo el velen…

“I lum a oio”…o “a carburo”…

Ancia la “zangola” per far el buro…

El “giradischi” a manovela…

la radio che el par na “navesela”.

La “pesa”…el “sciaiaruèl” …quei “spizi” fati a man…

El`fer da stiro”…el “lavaman”… “el molin”

…el “star”… che bel star a vardar!!! ….

El comodin col so “vaso da nòte”.

Co la “ciamisa de lìn” ricamada da le nóse veclòte…

E po g’è el “zerlo”…el “brustolin”…

G’è ancia el “ciazòt” dal yin…

El “lampadari” col so coercel de coton

… fat magiari en comunion.

La “machina da coser”co la maneta…

Che el la geva na siora…migia na poreta…

Le alzare del “cialiar”…quante sciarpe zustade:

ades se le è vecle …via le è petade…

L’è tut “alzare” che no se dopera pu…

Ancia el so nom no se se ricorda pu…

I nosi zoni no i l’ha nancia mai visti tuti sti atrezi,

ades al “computer” i e tuti “avezi”,

ades se se sciauda co “l’internet”

no se met pù l’acqua ciauda en tel “sciaudalet”

se parla sol al “telefonin”…no se se scambia en sorisin…

nà parola…en bicer de vin…

Ste “vecle robe” l’è en “toc de storia”…

lagiade a noi, da tegner en memoria…

el temp che pasa…

Ala tradizion, forsi, ge voruès meterge pu atenzion…

pensar ai nosi vecli …a quant che i ha sugià.…

e dirgi grazie per la vita che i ne ha donà!!!

Mariarosa Brida

(*) Dalla raccolta “Quater parole al vènt”

ed. Regione Trentino Alto Adige 2009

Don Fortunato Turrini