La vecchia canonica di Coredo e il suo crocifisso
La Vecchia Canonica di Coredo non è solo un monumento da osservare, ma un racconto di pietra che parla di secoli di storia trentina. Oggi possiamo apprezzare questo complesso non solo per la sua estetica, ma come custode della memoria collettiva di un intero paese.
Il ritrovamento straordinario di un crocifisso affrescato in uno degli ambienti della vecchia canonica di Coredo ha dato l’avvio, alcuni anni fa, ad un accurato lavoro di restauro e recupero degli ambienti interessati da questa scoperta. Tutto ciò è potuto avvenire grazie alla grande passione per l’arte e per la storia locale oltre ad una grande sensibilità religiosa della proprietaria Ivana Rizzardi. Questo antico manufatto architettonico rappresenta uno dei punti di maggiore interesse, non solo del paese, ma di tutta la valle. La sua posizione non è casuale: si erge infatti in un punto strategico quasi a fare da ponte tra il potere feudale di Castel Coredo e la sacralità della chiesa pievana dedicata a Santa Maria Assunta e al Ritrovamento della Croce. La canonica, di probabile origine medioevale, rimase nella disposizione del beneficio parrocchiale fino agli anni sessanta del novecento quando divenne proprietà della famiglia Rizzardi. Questo edificio, fungeva da centro amministrativo e spirituale, riflettendo nel suo stile sobrio ma elegante, l’importanza dei sacerdoti che vi abitavano. L’ultima considerevole ristrutturazione del fabbricato è probabilmente avvenuta nel 1737, data riportata in facciata. Alcune citazioni riprese dalla Sacre Scritture si possono leggere sul portale, datate 1765. “Obbedite ai vostri superiori” motto tratto dalla lettera agli Ebrei e “Badate a voi stessi e abbiate cura di tutti i fedeli” ripresa dagli Atti degli Apostoli, testimoniano la sua funzione di edificio riservato al clero. La distribuzione degli spazi è tipica delle dimore canonicali dell’epoca con ampi corridoi e ambienti diversi un tempo anche destinati alla conservazione delle decime (tasse in natura) e agli archivi parrocchiali. Una delle stanze fu per anni a disposizione del Principe Vescovo Celestino Endrici (1866-1940) fratello di don Edoardo Endrici (1853-1921) parroco a Coredo.
In una sala del piano seminterrato, collegata con l’esterno da un grande arco in pietra, murato ormai da anni ma forse un tempo aperto verso la valle, coperta da vecchi intonaci e da strati di sporcizia accumulata nei secoli, è riapparsa, piano piano, prima la testa e poi anche il corpo, una figura di Cristo crocifisso. Solo la grande sensibilità di Ivana Rizzardi che ha fortemente desiderato di riscoprire l’intera figura che da anni intravedeva su quella parete, permette oggi a tutti noi di godere della bellezza di questo capolavoro. La rappresentazione del Cristo in croce è un tema di straordinaria intensità.
Nei secoli, questa immagine è stata interessata da una transizione iconografica profonda: dal trionfo sulla morte alla partecipazione al dolore umano. L’opera più antica che si conserva in Italia su questo tema è il Cristo del Maestro Guglielmo risalente al 1138, dipinto su tavola, in pieno periodo romanico. Oggi conservato nella cattedrale di Sarzana, è uno stupendo esempio di “Cristus Triunphans”. Gesù appare in queste immagini crocifisso ma già trionfatore sulla morte. Il Redentore quasi appoggiato sulla croce, è rappresentato in posa eretta e frontale, testa alta, occhi aperti, vivo, trionfatore sulla morte.
In questo stile, di derivazione bizantina, non c’è ancora nulla della sofferenza legata al supplizio della croce. Passando dallo stile romanico al gotico la rappresentazione si fa più realistica e drammatica, Gesù appare molto sofferente “Cristus Patiens”. Se prendiamo come esempio di questo cambiamento la tavola di Giunta Pisano della chiesa di S. Domenico a Bologna (1250-54) vediamo il corpo di Cristo inarcarsi nello spazio, teso nello spasimo dell’agonia, anche l’anatomia si fa più realistica delineando alcuni muscoli in tensione. Dobbiamo però arrivare al 1296-1300, con Giotto, nel Crocifisso di S. Maria Novella per trovare un maggiore realismo. Il corpo pende verso il basso, le braccia sono tese nello sforzo per sostenersi, il busto si piega in avanti sotto il proprio peso. L’anatomia è più studiata.
Sono passati i secoli e gli artisti hanno continuato a rappresentare questa scena drammatica in modo diverso adeguandosi al momento storico e culturale in cui erano chiamati ad operare.
Il Cristo, restaurato nella canonica di Coredo, appare ormai morto, la testa reclinata su una spalla, coronato di spine, gli occhi chiusi, la bocca semi aperta. Lo stile è, secondo i critici, sicuramente tirolese, molti i rivoli di sangue scendono lungo la testa, sul collo. Grande e sanguinante la ferita del costato. Le mani si stringono ai chiodi, questo particolare è inedito, l’anatomia appare ben studiata nel busto fino alla ferita, il tempo e l’incuria del passato si sono portati via gran parte della rimanente figura. La scoperta di questo dipinto ci porta a considerare una vicenda riguardante Castel Bragher, che si trova nei pressi di Coredo, sulla strada che scende a Taio. Nel prezioso archivio di questo castello è conservato un documento dove si registrata una notevole spesa, avvenuta nel 1461, riguardante la decorazione della cappella di S. Celestino. Non viene citato il nome dell’artista, evidentemente, nelle nostre zone, gli artisti, all’epoca, venivano considerati ancora artigiani e i loro nomi non particolarmente importanti e significativi. I critici attribuiscono questo considerevole e perfettamente conservato ciclo di affreschi a Leonardo da Bressanone morto in questa città nei 1475, titolare di una notevolissima bottega in cui operavano molti collaboratori sia pittori che scultori. Nel confronto stilistico tra la testa del Cristo della cappella di S. Celestino al castello rappresentato in una grandiosa crocifissione e quella dell’affresco della canonica si può riconoscere una mano stilisticamente molto vicina a quella del maestro Leonardo o di un suo stretto collaboratore.
Molti graffiti sono stati trovati sulla parete dell’affresco, oggi sono allo studio degli esperti della Sovrintendenza. Compaiono diverse date e disegni tra cui la rappresentazione del nodo di Salomone. Queste testimonianze dei visitatori del passato fanno anche sorgere una domanda: quale è stata la funzione di questo ambiente nei secoli: forse una cappella, un luogo di passaggio di viandanti e luogo di sosta per pellegrini e viaggiatori. Oggi non ci resta che ammirare il dipinto riemerso su questa parete tinteggiata con un color mattone e disegnata come fosse costituita da laterizi.
Nel corso del 2025 l’affresco è stato sottoposto ad un lavoro di restauro curato da Ileana Ianes in collaborazione con Silvia Merlo e la supervisione della Sovrintendenza per i Beni Culturali della Provincia autonoma di Trento.



Fotoservizio di Sergio Zanotti

