SARNONICO, PALAZZO MOREMBERG

SARNONICO, PALAZZO MOREMBERG

Non sono poche le sorprese che presenta la Val di Non al viaggiatore appassionato di storia ed arte. Passando per Sarnonico si incontra la chiesa di S. Maria, la parrocchiale di S. Lorenzo e il palazzo Moremberg. Il palazzo non va confuso con Castel Moremberg che si trova nei pressi. Questa costruzione fortificata fu costruita dal notaio Giovanni, capostipite della famiglia, intorno al 1380. Più volte rimaneggiato, fu quasi completamente distrutto da un incendio nel 1880, poi trasformato in casa colonica.

Non lontano troviamo il palazzo Moremberg, già Casa Martini, edificio costruito in stile gotico, di cui conserva alcune bifore, poi rimaneggiato in forme rinascimentali nel XVI sec.

Bella la meridiana cinquecentesca che decora il prospetto sud. Sopra la porta di ingresso al piano nobile, che si raggiunge con una scala a cielo aperto in pietra, campeggia lo stemma della famiglia Genetti di Dambel, antichi proprietari del palazzo.Nel XIX sec. ospitò l’oratorio e la canonica, passato al Comune nel 1990, è stato oggetto, a partire dal 1994 al 2002, di una importante campagna di restauro che ha riguardato soprattutto gli affreschi che ornano le sale interne. Oggi è sede del Municipio. Nella costruzione troviamo al piano terra gli avvolti, le cantine e le stalle che dovevano assolvere alle funzioni primarie della casa, conservazione dei cibi e ricovero degli animali.

Al primo piano i saloni di ricevimento, le sale dei “negozia”, le attività pubbliche, gli affari. Il secondo piano invece era dedicato agli “ozia”, riposo, tranquillità, piaceri intellettuali.

Il concetto di otium deriva direttamente dai Romani ed è molto diverso dall’idea moderna di tempo perso o dedicato al riposo. Per gli antichi l’ozio non era il dolce far nulla, ma il tempo per la cura dello spirito e della mente contrapposto al negotium (letteralmente nec-otium, ovvero il non ozio), che indicava gli affari pubblici e lavorativi. L’otium era considerato nobile solo se finalizzato alla crescita personale: lettura, scrittura, studi filosofici, etica e politica.

Al primo piano, oggi sede degli uffici comunali, la distribuzione degli ambienti è caratterizzata dall’elemento tipico dell’architettura cinquecentesca: la sala mediana a cui andavano aggiunte le stanze laterali. Al centro ecco la Sala degli Stemmi, ricca di affreschi, bande verticali con colori araldici della famiglia: ocra, rosso e bianco ornano la parte bassa delle pareti. Interessanti gli oggetti dipinti più sopra che sottolineano le conoscenze culturali della famiglia: un quadrato magico, un libro chiuso, una tavola alchemica, un candelabro, una clessidra, uno spartito musicale, un astrolabio, un mappamondo.

Compaiono anche molti stemmi di famiglie con cui i Moremberg intrecciavano relazioni. In questo piano inizia la rappresentazione di animali anche esotici, accanto a una bifora troviamo un gatto accucciato e una scimmia che mangia un frutto.

Interessante è la stanza dei melograni e delle mele. La parte bassa è dipinta con bande colorate, nella parte alta troviamo una finta mensola ornata da mele rosse, cotogne, melograni, zucche, arbusti stilizzati. Il terzo ambiente, la stube,è completamente rivestita di legno di cirmolo, soffitto a cassettoni, armadi in legno decorato. Era il luogo per gli affari, stesura di contratti e altro.

Al secondo piano, riservato alla famiglia, incontriamo, il più interessante salone della casa: la Sala dei Levrieri poi la Sala delle Figlie e la stube.

La Sala dei Levrieri è illuminata dalle due bifore collocate sulle pareti opposte. In una alta fascia sono dipinte figure di animali riprese in una battuta di caccia. La caccia ha qui un protagonista eccellente, il levriero che è anche il simbolo araldico dei Moremberg.

In molti cicli di affreschi del XIV e XV secolo come nel palazzo Schifanoia a Ferrara o nel ciclo dei mesi di Torre Aquila a Trento e in ritratti di nobili, il levriero era l’accessorio indispensabile del cavaliere. Per questi signori la caccia non era solo un passatempo ma una simulazione della guerra e un esercizio di virtù aristocratica. Possiamo ricordare Sigismondo Pandolfo Malatesta ritratto da Piero della Francesca nel Tempio Malatestiano a Rimini insieme ai suoi due levrieri, uno bianco e uno nero che rappresentano la fedeltà e la vigilanza del principe. Possedere questi cani snelli ed eleganti era un privilegio della classe dominante che poteva permettersi il mantenimento di animali “improduttivi”, non servivano per la guardia o per il gregge ma per il prestigio. Pittori del Rinascimento amavano dipingere questi animali per mostrarne le linee sinuose, la muscolatura scattante, la lucentezza del pelo.

Le sale dipinte nella seconda metà del secolo XV rappresentano il punto più alto della potenza dei Moremberg. Le pareti del salone dei levrieri, sopra la fascia policroma a spina di pesce, sono una elegantissima espressione di una attività venatoria che vede questi cani protagonisti. Sulla parete ovest due esemplari inseguono una coppia di lepri, tra le porte del lato nord, altri due cani, uno di colore bruno rossiccio e l’altro verdastro, inseguono la preda non più visibile perché cancellata dalla costruzione di un grande camino. Altri animali occupano questa fascia decorativa: due cinghiali, una volpe con un’anatra in bocca, un elefante. Il tutto eseguito con veloci pennellate, chiaroscuro preciso ed eleganti proporzioni. Questa sala è stata l’ultima ad essere restaurata perché il lavoro si presentava molto difficoltoso, la decorazione era stata eseguita a “secco”. Il pittore aveva steso la pellicola pittorica usando un legante di tipo proteico che rende la pittura estremamente delicata. Oggi il palazzo appare recuperato in modo magistrale, molto godibile dal visitatore che si trova immerso nelle atmosfere della vita del cinquecento.

arch. Maria Candida Tuveri