Storia di un uomo nato nel 1910 (*) Guerre, prigionia e l’emigrazione in Argentina

Storia di un uomo nato nel 1910 (*) Guerre, prigionia e l’emigrazione in Argentina

di Maria Floretta

(… continua) Il protagonista di questo racconto, che prendiamo dal libro “Storie di persone per bene” di Fulvio Osti, è il padre dell’autore, Pio Osti, nato nel 1910. A lui e a molti suoi coetanei toccò in sorte un decennio di guerra, da quella d’Etiopia del 1936 alla seconda guerra mondiale, con un periodo di prigionia che si concluse nel 1946. Tornato a casa cercò di lavorare come muratore. Ma il miracolo economico era ancora lontano, e il lavoro non si trovava. Per un breve periodo lavorò a Bolzano: partiva in bicicletta da Spormaggiore per prendere il treno a Mezzocorona e dopo una giornata di cantiere rifaceva il percorso, a piedi dalla Rocchetta in su. Pur di lavorare.

I suoi compaesani andavano in Canada o in Argentina, che ai lavoratori italiani offrivano visti di ingresso e proposte di lavoro. Insieme alla moglie valutò diverse proposte e decise di emigrare in Argentina, assunto da una ditta di costruzioni. Si imbarcò quindi a Genova, dove dovette dimostrare con una prova pratica che sapeva lavorare come muratore. Quando dopo 21 giorni di navigazione sbarcò a Buenos Aires, fiducioso e contento, ai primi di marzo del 1950, trovò degli intermediari che presero in consegna lui e i suoi compagni di viaggio. Dopo essersi fatti dare i passaporti, li portarono ad alloggiare in grandi capannoni, dove c’erano i letti e venivano distribuiti i pasti, e ogni mattina uscivano per essere accompagnati al lavoro. Pio si sentiva di nuovo prigioniero, ma riuscì a liberarsi da quel sistema di sfruttamento, con l’aiuto di lavoratori esterni e cominciò a organizzare la sua vita in libertà. La sua prima casa fu una baracca di lamiera addossata al muro del cortile di un paesano. Il pavimento era di terra battuta, niente elettricità né acqua corrente, ma bastava per richiamare la moglie Pia e i due figli, Fabio di due anni e Fulvio di due mesi. Quindi anche lei si mise in viaggio con i due bambini e un gruppo di compaesani con le famiglie.

Si imbarcarono a Genova e viaggiarono per tre settimane in una cabina interna, con i due piccoli che tossivano giorno e notte a causa della “tosse canina”.

Finalmente riuniti, Pio e Pia cercarono una sistemazione più comoda e un lavoro soddisfacente e dopo qualche mese arrivarono a Rosario, la seconda città dell’Argentina a circa 300 chilometri a nord ovest di Buenos Aires. Posta in una grande pianura lungo il corso del Rio Paranà, la città accolse fin dalla seconda metà dell’Ottocento un flusso costante di emigrati europei, in particolare italiani, che dettero l’impronta economica e sociale alla città.

Lì c’era lavoro per un bravo muratore e fu ben presto possibile acquistare un lotto di terreno dove costruire una casa. Il nostro uomo la casa se la costruì da solo, aiutato dalla moglie e da qualche amico. Gli spazi interni erano ben organizzati sotto il tetto a terrazza, però quando la famiglia si trasferì mancavano ancora i pavimenti e tante altre cose che vennero aggiunte piano piano.

L’acqua si pompava in un serbatoio sul tetto e si faceva luce con lampade a petrolio. Ricordando la sua infanzia, Fulvio Osti menziona anche l’afa insopportabile dell’estate, il freddo umido dell’inverno, il vento della pampa che portava lunghe piogge. Tuttavia dice “quello fu un posto sicuro e felice” dove talvolta ritorna nei sogni per trovare conforto. Nel quartiere c’era una parrocchia con l’oratorio, dove i bambini avevano una formazione religiosa e gli spazi per stare insieme e guardare la televisione dei ragazzi la domenica pomeriggio e c’era naturalmente la scuola elementare, dove tutti imparavano lo spagnolo, anche se nelle loro case tutti usavano lingue e dialetti differenti.

Esisteva una comunità, una rete di amicizie, di relazioni, di solidarietà tra famiglie, con preferenza per i compaesani o almeno italiani del Nord. Nella famiglia Osti andò come anche oggi accade in molte famiglie di emigrati: il papà imparò la lingua e sapeva muoversi nel nuovo ambiente, la mamma mantenne il suo linguaggio e sue tradizioni, gestiva la casa e la vita della famiglia come aveva imparato al suo paese, con grande laboriosità e sobrietà. Era pronta ad aiutare chi vedeva in difficoltà, ma chiusa verso usanze e modi di vivere che si discostavano dal suo modello. Ai figli raccontava sempre di Spormaggiore, dei parenti, degli amici, delle storie, delle tradizioni e in Argentina si sentì sempre straniera e provvisoria. I figli ebbero pochi problemi, quello era il loro mondo e lo vissero con libertà e curiosità infinita, anche se sentivano di essere portatori di due culture e sapevano che c’era un altro paese che era il loro paese.

Quando passò i cinquant’anni Pio si rese conto che dopo tanto lavoro e tanto impegno il futuro in Argentina per lui e per i suoi figli, che erano tre dopo la nascita di Mirta, rimaneva incerto.

Il paese era stato governato da Peron, un personaggio tanto amato dal popolo per le sue politiche di riforme favorevoli ai lavoratori e ai poveri, quanto detestato dalla ricca borghesia imprenditoriale e dai militari, che vedevano limitato il loro potere.

Accanto a lui c’era la popolarissima moglie Evita, che morì di cancro nel 1952 a 33 anni. Nel 1955 un golpe militare pose fine al governo di Peron e negli anni successivi l’instabilità politica rese incerta e debole l’economia e i conflitti sociali si inasprirono.

In Italia sembrava che l’economia cominciasse a girare, così Pio decise di tornare. I suoi figli erano già in grado di aiutarlo nei cantieri, nel tempo libero dalla scuola, e l’ultimo lavoro che fecero insieme fu la rifinitura della loro casa, che così poté essere venduta meglio. Furono vendute anche tutte le cose che erano riusciti a comperare come piccoli segni di un nuovo benessere, come la moto del papà e il registratore della mamma. Il resto fu ordinatamente riposto nei bauli che li avrebbero seguiti sulla nave.

Salutati con affetto, rimpianto e nostalgia dalla loro comunità, intrapresero la via del ritorno con un lungo viaggio in nave e arrivarono a Spormaggiore nel settembre del 1963. Non fu il ritorno di chi aveva fatto fortuna o aveva cambiato la propria vita. Sistemarono la loro vecchia casa e ripresero il ritmo della vita di paese: la vendemmia con i parenti, la legna per l’inverno, i riti della domenica, la scuola per i ragazzi.

Nel suo libro Fulvio Osti continua il racconto della vita che scorre: i padri e le madri invecchiano e muoiono, i figli crescono e trovano il loro posto nella società, nascono i loro figli, e la ruota continua a girare.

Viene in mente Giovanni Verga, che nell’Introduzione de “I Malavoglia” descrive il cammino dell’umanità verso il progresso come una fiumana che scorre senza mai fermarsi, dalla quale uno alla volta saremo travolti.

Fulvio Osti, nel suo libro, ha provato a raccontare alcuni personaggi che camminano nella fiumana, e noi ne abbiamo estratto qualche frammento.

(*) Dal libro “Storie di persone perbene” di Fulvio Osti.

Redazione