L’Arte di Ricostruire Legami familiari in Val di Non

L’Arte di Ricostruire Legami familiari in Val di Non

Il conflitto come punto di svolta

Nella mia pratica quotidiana di psicologa e coach umanista, incontro persone che vivono la crisi della separazione come una fine irreversibile. Eppure “crisi” (krisis) indica “scelta”. È una trasformazione in cui emozioni negative si combinano a speranze future. Il conflitto familiare non è un ostacolo da abbattere, ma un segnale di bisogni inascoltati. La Mediazione Familiare si inserisce qui: non è un compromesso legale, ma un laboratorio di fioritura umana in cui il dolore della rottura si trasforma in una nuova alleanza genitoriale.

La Riforma Cartabia e i dati sul territorio

Con la Riforma Cartabia (D.Lgs. 149/2022), la mediazione diventa pilastro giudiziario: il Giudice può invitare le parti a tentare il percorso sin dalla prima udienza per redigere il “Piano Genitoriale”. Non è un adempimento burocratico, ma l’opportunità di decidere insieme la vita dei figli (scuola, salute, tempo libero), garantendo un accordo su misura e non un’imposizione del tribunale. I dati trentini e nazionali descrivono un’urgenza non più rimandabile. In Italia il 50% delle separazioni è giudiziale e l’80% dei minori sperimenta disagi psicofisici nel primo anno. Dietro i faldoni del Tribunale di Trento ci sono bambini che perdono il sonno e genitori che perdono la bussola: un costo sociale e umano altissimo che impatta anche sulla Val di Non.

La Voce dell’Esperienza “L’intervista”

Per andare oltre il dato, ho incontrato Franca Gamberoni, storica mediatrice di ALFID in Val di Non, una delle prime sei in Italia e allieva di Fulvio Scaparro e Irene Bernardini, pionieri della materia dal 1990.

Il modello ALFID e lo sguardo oltre la Rocchetta

Dal 2013, tramite Convenzione con la Comunità di Valle, ALFID orienta il disagio relazionale attraverso un “ventaglio” di servizi (consulenze, Gruppi di Parola per bambini) fino alla mediazione familiare. «Oltre la Rocchetta la Valle si apre», racconta Franca Gamberoni. «Ho trovato una comunità con un’etica del lavoro straordinaria, ma che fatica a chiedere aiuto. Il dolore qui ha un pudore scarno, asciutto; nei colloqui si arriva subito al sodo. Ma è proprio dentro quel pudore che la mediazione smette di essere ufficio burocratico e diventa un’ancora».

1. L’evoluzione del conflitto

«Il conflitto è accelerato: oggi le unioni durano spesso appena 4-5 anni, contro i legami di trent’anni che mediavamo un tempo. Il rischio è la superficialità relazionale, complice una Riforma Cartabia che permette di evitare il giudice se c’è accordo tra legali. Senza più un rito di passaggio, la mediazione propone ai genitori di prendersi il tempo per lasciarsi, sul come e quando farlo, proteggendo i figli».

2. Specificità della Val di Non: nonni e matrimoni misti

«Scontiamo una forte interconnessione patrimoniale. Spesso la comproprietà di aziende o case multi-familiari trascina le famiglie d’origine, talvolta intrusive, nella mediazione. Ho dovuto convocare insieme ai genitori tutti e quattro i nonni, che in paese non si salutavano pur avendo i nipoti per mano. Questi genitori sono molto spesso “figli” e in paesi piccoli le relazioni fra loro sono sotto gli occhi dei bambini. Spiccano anche le rotture nei matrimoni misti tra locali e donne dell’Est o del Sud America. Il tema, portato nei convegni nazionali, richiede una delicata mediazione culturale: si co-costruiscono compromessi vitali per garantire stabilità abitativa e scolastica ai minori, arginando le ingerenze esterne».

3. Resistenze e “conquista della paternità”

«I pregiudizi sono speculari: la resistenza materna a delegare (“come fa la mamma nessuno”) e il timore paterno di sbilanciamenti economici o di custodia. La mediazione scardina queste paure. Negli ultimi quindici anni abbiamo assistito alla conquista della paternità: oggi i padri rivendicano il diritto/dovere di cura. Il percorso permette una presenza democratica e attiva di entrambi, superando la mera spartizione matematica».

4. L’impatto sui minori

«Il beneficio più immediato è la trasformazione dell’esperienza: la separazione cessa di essere un trauma distruttivo e diventa un ostacolo superabile. Quella della mediazione è la “stanza della verità”: non si cerca un colpevole, né si dividono le colpe al 50%. Si permette alla coppia di co-costruire un racconto condiviso e possibile da consegnare ai figli, salvaguardando il loro mondo».

5. Alta conflittualità: un consiglio pratico

«A una coppia travolta da denunce direi: “Fermi. Fermatevi e vivete la crisi come un’opportunità”. Prendetevi tempo per riflettere su cosa non ha funzionato nel vostro ménage. Per l’alta conflittualità ALFID offre un servizio in co-conduzione (un uomo e una donna). I genitori portano una rabbia accesa ma anche un dolore immenso: solo sentendosi accolti e non giudicati riescono a fare un passo indietro per il bene dei figli».

6. Una via di fioritura: la manutenzione dei legami

«La mediazione favorisce risorse inaspettate tramite soluzioni creative. Ricordo una moglie incinta del secondo figlio dal marito, il quale viveva già un’altra storia e voleva separarsi. Ella rifiutava il marito al parto. La mediazione ha permesso al padre di esserci nella stanza accanto, stringendo la neonata subito dopo la nascita: entrambi hanno ricevuto dignità. Penso anche a Sofia, figlia di separati cresciuta in un accordo sereno, che in prima elementare disse al papà: “Ma lo sai che ci sono mamme che vivono con i papà?”. Per lei la normalità era l’alleanza di genitori distanti. La mediazione fa manutenzione dei legami: trasforma il cambio del futuro nel punto di equilibrio di una nuova verità». La mediazione familiare fa parte del galateo o del bon ton dello stare al mondo».

Conclusioni: verso una nuova alleanza

Sebbene in Trentino la maggior parte delle separazioni resti consensuale, c’è strada da fare per superare il pregiudizio della “battaglia legale”. I dati 2025 di ALFID – 70 mediazioni provinciali e 11 in Val di Non incentrate sul patto genitoriale – confermano l’efficacia del servizio sul territorio. Separarsi con cura è un atto di responsabilità: se il legame di coppia può esaurirsi, la comunità educante deve continuare a fiorire. La sfida non è evitare il conflitto, ma abitarlo senza distruggersi. La mediazione insegna a dirsi addio come compagni restando alleati come genitori, restituendo ai figli il diritto di respirare e a sé stessi la speranza di ricominciare.

Moira Barbacovi