“LA FAMIGLIA CONCI di OSSANA e MOLLARO’’

“LA FAMIGLIA CONCI di OSSANA e MOLLARO’’

Da un capo all’altro di due valli e due grandi personaggi

La famiglia Conci oriunda di Ossana potremo ben definirla ricca di personalità notevoli, in particolare due che vedremo poi. Il cognome, di primo acchito un po’ particolare, non ha niente a che vedere però con argomenti culinari, di unità di misura o magari legati al mondo delle costruzioni, es. con i ‘conci’ di pietra: anche in questo caso, con buona pace di molti, siamo di fronte al ‘cosiddetto’ patronimico, ovvero originato dal nome di un primo antenato illustre. ‘Concio’ è infatti la versione italiana del tedesco ‘Kuntz’, che a sua volta è la traduzione tedesca di ‘Corrado’ e questo fenomeno di ‘re-italianizzare’ i nomi tedeschi era diffuso nel Trentino medioevale, per ovvie ragioni legate a un territorio di confine.

In realtà, esistettero anche qui delle famiglie omonime, ma diverse da quella di Ossana, come i ‘Conci de Brathia’ a Nanno e Tassullo, i Conci di Vervò, ma anche quelli di Malè, di cui parleremo in futuro. Ma ritroviamo il cognome anche nelle Giudicarie, in Primiero, e soprattutto a Pergine, dove ci sono ancora notai attorno al ‘700.

Per tornare invece alla val di Sole, procediamo per ordine, con una particolarità, già dall’individuazione del capostipite: il fatto che il cognome è ricavato da parenti collaterali e non da antenati diretti. Infatti, nel 1461 si fa menzione, in atti del Capitolo del Duomo di Trento, di un certo ‘ser Giacomo fu Giovanni di Mastellina’, frazione di Ossana, che avrebbe ottenuto nel 1443 un’investitura di una decima, in quanto ‘erede di ser Concio di Ossana e di sua moglie Margherita’.

Da qui e successivi documenti, apprendiamo che questo ser Giacomo inizi a chiamarsi ‘Conci’ o ‘della Conza’, prendendo così il cognome però non dal padre appunto (Giovanni, come visto prima), ma da quel Concio di cui era erede, forse perché quasi ‘adottato’ da quest’ultimo, probabilmente uno zio acquisito. Il cognome quindi proseguì, anche con varianti un po’ strane, come ‘del Contza’ e ‘del Conz’.

In seguito, vediamo Giacomo comparire in numerosissimi atti, come amministratore locale e teste, anche a Castelfondo e Nanno, e possessore di beni e terreni pure a Mezzana. Lasciò due figli: Antonio, che divenne sacerdote e Girolamo, che fu come il padre funzionario della comunità, addetto al rinnovo della chiesa pievana e arbitro per una lite tra i suoi convicini e i signori De Cles; coinvolto anche nella guerra rustica del 1525, come vittima dei ribelli, Cristoforo Busetti riferì infatti a Sigismondo Thun, che il ‘Conci’ si rinchiuse con altri in castel Ossana, per difenderlo dai rivoltosi, mentre la sua casa, sulla piazza principale del paese, veniva saccheggiata.

Da una personalità così ligia ai superiori, come del resto il padre, non ci si sarebbe mai aspettati, però, nascesse un figlio geniale e un po’ ‘ribelle’, quale potremmo definire il suo primogenito Giacomo, meglio conosciuto dai contemporanei e dagli storici successivi come ‘Jacobus Acontius’ (Jacopo Aconcio).

Non sono bastanti poche righe a descrivere la grandezza di questo personaggio, di levatura internazionale, ma possiamo dire che, dopo gli studi anche a livello universitario, visse alcuni anni di una carriera ben avviata come notaio. Tutto ciò culminò alla metà del ‘500 in un approdo alla città di Trento, già ambizioso per l’epoca (siamo nel periodo del Concilio) e quindi dal 1551, al seguito del cardinale Madruzzo, in una serie di viaggi da Innsbruck a Vienna, fermandovisi due anni circa e da lì probabilmente non rientrando mai più in patria, affascinato con tutta probabilità da nuovi stimoli, amicizie e occasioni professionali. Infatti, gli storici rilevano come seguì a Milano il Madruzzo, nominato governatore e quindi, dal 1555 dovette fuggire e riparare in Svizzera, in quanto si era accostato nel frattempo alla fede protestante.

Dal 1559 al 1567 lo troviamo stabilmente a Londra, ottenendo nel 1561 la cittadinanza, al servizio della stessa regina Elisabetta I (Tudor) ‘la grande’, che gli assegnò importanti compiti nell’organizzazione della sua politica e, quel che stupisce, non solo nel campo culturale-filosofico, ma anche in quello ingegneristico, campo ove pare che l’Aconcio fosse anche molto esperto.

Meno geniali furono le figure dei fratelli, ma ne ricordiamo uno, Pietro Antonio, poiché trasferì la famiglia a Taio, sposando la nobile Maddalena Crivelli, che gli portò in dote la cosiddetta ‘torre’ di Mollaro, antica residenza nobiliare in quella borgata e fondando il ramo noneso della famiglia.

Così, grazie anche ai vari sigilli notarili, conosciamo gli stemmi di famiglia, da quello antico, forse indicante parentela con gli Arardi di Cles. Ma anche i successivi, con delle fasce e due stelle nella parte inferiore, secondo i sigilli di metà ‘700 di un Padre Giuseppe Conci, che fu canonico a Vienna e di Carlo Conci, notaio a Mollaro e Tres, nella seconda metà del ‘700.

Fu però un altro Carlo, che collezionò letteralmente titoli nobiliari e stemmi, passando dalla nobiltà imperiale del 1816, a quella di cavaliere del 1826 e infine ottenne il titolo baronale nel 1837, con l’emblema familiare, che si arricchisce soprattutto dell’elemento ‘torre’, proprio a simboleggiare l’antica e illustre residenza di Mollaro, oggi definita anche ‘castello’.

Di qui in poi, i discendenti più illustri furono Germano, anch’egli notaio, a metà ‘800, ri-trasferito a Trento come certi altri avi della val di Sole nel lontano ‘500, ma soprattutto padre di Enrico, nato nel 1866, che fu senatore di tre stati diversi: l’Impero Austriaco, ormai al tramonto, il Regno d’Italia, dopo la I guerra mondiale e la Repubblica Italiana, dopo la II guerra, passando poi ‘il testimone’ alla figlia Elsa.

Dotato di grande eclettismo e senso di moderazione, come l’illustre congiunto del XVI secolo Jacobo, anche Enrico seppe non rompere mai col governo austriaco, portando avanti però le istanze dell’autonomia del Tirolo, dapprima dall’amministrazione imperiale e quindi a favore delle minoranze e dell’autonomia regionale, in seno alla Repubblica, nel II dopoguerra.

Paolo Turri