La caduta del masso alla Rupe

La caduta del masso alla Rupe

Caduta di roccia a Mezzolombardo: dal Ministero del Commercio per coprire i requisiti di pietra per i grandi lavori arginatura al Noce e Adige, il 6 novembre 1851 – l’ammasso roccioso compatto di 70.000 braccia cubiche (pari a quasi 478mila m3) che cade a 1400 piedi di altezza (pari a circa 442 metri).” Questa è l’annotazione dell’immagine tratta dall’archivio della Biblioteca del Tiroler Landesmuseen Ferdinandeum di Innsbruck, che documenta la caduta di massi indotta artificialmente a Mezzolombardo il 6 novembre 1851 per l’estrazione di materiale per la regolazione dei fiumi, con due osservatori in primo piano. Il fatto è stato già raccontato da padre Frumenzio Ghetta, attingendo a documenti dell’Archivio di Stato di Trento, e merita d’essere brevemente richiamato. I lavori, per l’epoca ciclopici, di arginatura del nuovo corso artificiale dell’alveo del Noce deviato dall’originario sbocco ad angolo retto nell’Adige a San Michele, a quello verso Zambana passando sul territorio di Mezzolombardo, occuparono anni di lavoro.

L’incaricato alla regolamentazione del Noce, l’i.r. ingegnere Mensburger pensò di utilizzare il torrione di roccia in località Rupe (così chiamata all’epoca con nome che è poi rimasto ad indicare la località a sud del paese di Mezzolombardo, ed ora interamente zona artigianale), per ricavarne circa 250mila carri di materiale pietroso per l’arginatura. In assenza dei moderni compressori, il metodo più veloce all’epoca per farlo cadere, era quello di usare l’esplosivo, e così venne preparata una mina di 550 libbre (circa 3 quintali). L’operazione alla fine si rivelò più difficile del previsto. Data al 22 luglio il primo tentativo di scoppio, che provocò solo una gran fiammata che si esaurì nella corona naturale della montagna; anche un successivo tentativo il 27 agosto andò a vuoto provocando solo il crollo della caverna; solo il terzo tentativo del 6 novembre 1851 ebbe successo e l’ingegner Mensburger, poté scrivere al Capitanato di Cles che “…alle ore 11 pomeridiane cadde nella desiderata estensione e senza disgrazie di sorta, la già nota rupe …”.

La notizia dell’uso della mina, nei mesi precedenti aveva destato allarme e timore nella popolazione della zona con proteste al Capitanato di Trento. In particolare, i censiti di Grumo in occasione del secondo scoppio salirono sino a Faedo per proteggersi dalla ipotizzata pioggia di pietre (che, come detto, non si ebbe). Fu questa la conclusione dei progetti per la regolamentazione degli argini sia del Noce che dell’Adige, per limitare i danni prodotti dagli straripamenti: solo per l’Adige dal 1757 al 1882 si erano contate ben sette piene catastrofiche.

Ma delle inondazioni in piana si hanno notizie anche più antiche: nel 1053 vi incappò il monaco benedettino bavarese Gotscalck, che nel ritorno da Verona con le reliquie trafugate di Santa Anastasia, dovette salire a Faedo e ridiscendere a S. Floriano marciando sulla semita Karoli. E sempre l’Adige è il disastroso protagonista della apocalittica piena del novembre del 589, descritta da Paolo Diacono nella sua Historia Langobardorum, riprendendo la notizia quasi sicuramente da Secondo di Non, alluvione che interessò oltre a tutto l’attuale Trentino, il Veneto con l’acqua che, a Verona, lambì le finestre superiori della Cattedrale di S. Zeno.

In piana era il Noce che teneva banco fra le due comunità situate sulle opposte sponde; le numerose transazioni sugli instabili confini derivanti dal corso del fiume, che vagava nelle campagne erano iniziate nel 1338, erano proseguite nel 1432, con arbitro il Principe Vescovo Alessandro di Masovia, nel 1580, nel 1721. Nel 1333 vennero piantati i primi venticinque termini che, evidentemente quando venivano poi divelti dalle piene, creavano contenziosi per il loro corretto ripristino. Ancor oggi alcuni di questi cippi risultano visibili, ad esempio, nella campagna di Grumo, su uno sperone sopra la strada della Rocchetta, in un muro di confine a Mezzocorona.

Ci si faceva aiutare anche dal santo protettore dalle acque: a Mezzocorona verso la metà del XVIII secolo in prossimità del Noce venne eretta dai Firmian la cappella in onore di S. Giovanni Nepomuceno, e, sempre a questo santo, fu intitolata una cappella anche a Lavis, mentre a San Michele all’Adige gli venne eretta una sua statua di fronte al ponte sull’Adige. L’importanza della bonifica delle paludi malsane originate dalle alluvioni a causa della poca regimentazione degli argini, è un assillo degli abitanti della piana che viene ben delineato da Francesco Filos, notabile e storico dell’ottocentesca Mezzolombardo. Fra i primi progetti di raddrizzamento, si ricorda la famosa mappa del 1805 del maggiore Novack stilata per eseguire le bonifiche delle paludi e recuperare all’agricoltura le terre inondate; ma a causa dell’enormità della spesa non se ne fece nulla. Nel 1816 però, il capitano del circolo di Bolzano Hauer volendo forzare la mano alle titubanze delle popolazioni rotaliane, fece eseguire comunque i tagli delle anse dell’Adige a nord di Salorno, creando proteste e malumori sfociati in un conflitto legale, a causa del fatto che i miglioramenti derivanti dal cambio del corso del Noce, avrebbero aumentato la superficie e il valore della campagna creata dal vecchio alveo sul territorio di Mezzotedesco, ma avrebbero invece creato danni ai contadini di Mezzolombardo, che si vedevano privati del terreno per il nuovo corso, ed addirittura chiamati a concorrere alle spese. Se nel 1823 si diede ragione ai comuni di Mezzolombardo, Grumo e Nave, trent’anni dopo la situazione si capovolse, e il nuovo corso del Noce fu definito com’è oggi.

Kaisermann Bruno