Atleta, coach, architetto e due volte tedoforo a distanza di 20 anni: Maurizio Pili si raccont
Verso le Olimpiadi e Paraolimpiadi di Milano – Cortina 2026
Arrivo a Campodenno.
Maurizio e Germana mi aspettano nella loro casa, accogliente, ordinata, che racconta di loro. Entro e poco dopo mi conducono nella stanza dei trofei, stanza specchio di un’intera vita. Mi guardo attorno: coppe, medaglie, riconoscimenti, attestati, articoli, ricordi degli atleti che ha allenato, la torcia Olimpica del 2006. Sulle pareti le foto delle tante piscine in cui Maurizio ha trascorso anni di allenamenti. Quasi si percepisce il profumo di cloro che ha contraddistinto la sua quotidianità. Un profumo sospeso che evoca memorie e identità.
Ci sediamo e Maurizio inizia a ripercorrere la sua storia, parla senza freni ma con calma e scegliendo le parole. Nato in Sicilia, tuffato per la prima volta in piscina a 4 anni, a 12 anni conquista la prima vittoria, a 18 inizia la carriera di allenatore; ma nella sua vita c’è stato anche il servizio militare, una laurea in architettura e tanti trasferimenti.
Una vita di dedizione, sport e disciplina. Questi sono i traguardi di un uomo che ha dedicato la vita allo sport e che, nel 2006, nel pieno della sua forma fisica, ha portato per la prima volta la Fiamma Olimpica in occasione delle Olimpiadi Invernali di Torino.

Oggi, Maurizio nuota ancora, ma da 8 anni ha dovuto reimparare a farlo. Questo perché, 8 anni fa, a causa di un’ischemia provocata da una trombofilia, ha subito due amputazioni a distanza di 4 mesi; la prima sotto al ginocchio e la seconda sopra all’articolazione.
Ora, a distanza di 20 anni la storia torna a incrociarlo. Maurizio vestirà di nuovo i panni di tedoforo ma con una protesi alla gamba sinistra e con una visione differente della vita.
Maurizio, per la seconda volta, sarà uno dei 10.001 tedofori che in 63 giorni attraverseranno l’Italia trasmettendosi la Fiaccola sino alla cerimonia di apertura dei Giochi.
Lei ha avuto l’onore di portare la Fiamma Olimpica due volte, nel 2006 e ora nel 2026: come vive questa esperienza e cosa è cambiato in lei?

L’esperienza di portare in sé la Fiamma è arricchita da tutta l’organizzazione che la circonda: lo staff, il coordinamento, la simbologia che rappresenta, i suoi valori. Rispetto a 20 anni fa è cambiata la mentalità, la visione con cui guardo allo sport e alla vita. Oggi vedo tutto con una luce diversa. In questa occasione dovrò portare la torcia camminando, non potendo correre, e mia moglie sarà accanto a me. Nello sport come nella vita, se ti poni degli obiettivi che per qualsiasi motivo non riesci a raggiungere hai bisogno di aiuto. In questi casi subentra la ‘squadra’. La tua squadra, per arrivare a questi obiettivi, deve avere affiatamento e deve esserci sostegno, determinazione e disposizione al sacrificio. La mia squadra siamo io e lei. Lei mi ha sostenuto in tutti i momenti difficili e ora anche nel breve tragitto, ma pieno di significato, da tedoforo.
Qual è il significato simbolico che attribuisce al gesto di portare la Fiamma, oggi?
La Fiamma rappresenta i valori delle Olimpiadi nate 3000 anni fa: fratellanza, lealtà, rispetto, onestà. Valori che oggi dovrebbero essere riconquistati e per questo, ogni 4 anni, ci sono le olimpiadi a ricordarci che 3000 anni fa sono nate per trasmettere questi valori. Le guerre si fermavano durante questo periodi. Tutti davano più importanza allo spirito olimpico racchiuso nella Fiaccola che viene trasmesso al tedoforo successivo.
Nella sua vita emerge un percorso di sofferenza, ma soprattutto di rinascita: quando ha capito che lo sport poteva diventare la leva per ritrovare equilibrio e motivazione?
Ho perso la possibilità di fare tutte le attività abituali: piscina, corsa, bicicletta, palestra. Quando tutto questo non è stato più possibile è arrivata la depressione. Sono dovuti subentrare nuovi ritmi di vita, nuove abitudini, capire come e cosa riuscire a fare.
Il legame con lo sport ha avuto un duplice effetto. La perdita della vita dinamica che ha contraddistinto la mia vita mi ha portato ad una crisi depressiva e grandi sofferenze fisiche per un paio d’anni. Dopo un anno, con l’arrivo della protesi, ho ripreso l’attività fisica. Ho cominciato a sfidarmi con nuovi obiettivi, cerco piccole sfide in ogni attività. Questo mi ha aiutato a riprendermi, superare la fase negativa.
Quali opportunità vede per un territorio come il Trentino nel legame con le Olimpiadi e Paralimpiadi del 2026?
Il Trentino ha lo scenario ideale per questi sport invernali, lo scenario naturale non manca. Ma anche la parte infrastrutturale c’è ed eccelle, va dato merito alla classe dirigente che è riuscita a creare le infrastrutture giuste. In più, la mentalità della popolazione tende a godere del verde nel quale siamo, vive all’aria aperta e pratica molto sport. Un territorio che ben si lega a questo evento. Dopo questa esperienza da tedoforo, ha nuovi obiettivi? Ormai, lo dico con malinconia, non gareggio più. L’ho fatto fino al momento dell’amputazione come atleta master. Dentro di me ho uno spirito di competizione che mi porta a sfidarmi sempre; anche quando faccio cyclette imposto nuovi limiti e obiettivi. Aver dovuto smettere di gareggiare è stato pesante ma ora mi rifaccio preparando atleti master. Alleno un atleta master che gareggerà nella categoria Master80. Nuotiamo assieme e ci stimoliamo a vicenda. Lo preparo per affrontare i campionati italiani ed europei e porta sempre a casa medaglie, spesso d’oro.
Ha un messaggio da mandare a tutte quelle persone che vivono una disabilità?
Non mollate mai e trovate dentro di voi quella forza che c’è ma che neanche io inizialmente pensavo di avere. Non dovete sentirvi inferiori, né tantomeno dovete farvi compatire. Prendete quel poco di positivo che la vita vi ha riservato ed elevatelo all’ennesima potenza. Guardate le Paralimpiadi, guardate cosa riescono a fare gli atleti disabili, guardate la gioia dei vincitori, provate ad entrare nelle loro menti e a percepire le loro sensazioni, al di là delle loro sofferenze.

