I setacci di Socrate: “Dall’invidia alla bellezza interiore”
Dott.ssa Moira Barbacovi
Nella Grecia antica Socrate era apprezzato per la saggezza. Si narra che un giorno un amico si presentò a lui raccontando di aver sentito maldicenze in merito ad un suo studente.
Prima che l’amico raccontasse, gli propose “l’esame dei tre setacci”.

Primo, il filtro della verità: “Ti sei accertato che ciò che stai per dirmi sia vero?” – “No – disse l’uomo, – in effetti me lo hanno raccontato”. “Bene, – disse Socrate – quindi tu non sai se sia vero o meno”.
Secondo, il filtro della bontà: “Ciò che stai per dirmi sul mio studente è una cosa buona?”- “No, il contrario”.
“Allora – Socrate continuò – tu vuoi dirmi qualcosa di male su di lui senza esser certo che sia vero?”. L’uomo si strinse nelle spalle imbarazzato.
Socrate proseguì: “Vediamo il terzo, il filtro dell’utilità: ciò che vuoi dirmi circa il mio studente mi sarà utile?” – “Veramente… non credo”.
“Bene – concluse il Saggio – se ciò che vuoi dirmi non è vero, non è buono e neppure utile, perché me lo vuoi dire?”
Tutti noi, prima di ascoltare ciò che ci viene detto, dovremmo farlo passare attraverso i tre setacci:
Siamo assolutamente certi che quello che ci stanno dicendo corrisponda a verità? Quello che stiamo per sentire è positivo? Quello che stiamo per sentire sul conto di qualcun altro ci sarà utile in qualche modo?
Se il messaggio non supera l’accertamento, non è degno di essere ascoltato.
Sarebbe auspicabile lo sforzo di individuare sempre qualcosa di buono nelle persone, tuttavia esiste un comportamento che di buono non ha nulla: il pettegolezzo. Il gossip e le distorsioni individuali, una volta diffuse, recano solo danno. La verità oggettiva viene trasformata secondo i propri criteri, aspettative, immaginazione e si cercano sostenitori, creando una spirale di conflitto e schieramenti.
Lady Diana in una sua intervista disse: “Non c’è modo migliore per distruggere una persona che isolarla”.

Il pettegolezzo può realmente distruggere vite. Non solo di chi ne è bersaglio, ma anche di chi lo genera. Rallenta il progresso spirituale, personale e comunitario perché offusca la dignità.
Fortunatamente tale circolo vizioso si blocca all’orecchio di persone sagge. Sono le persone serene, che camminano con il sorriso sulle labbra, con quel senso di realizzazione personale che va oltre ciò che possiedono e oltre il lavoro che svolgono. Sono sbocciati alla vita, nonostante le avversità, e ne sono grati. Vedono gli aspetti positivi degli altri, credono che sia possibile mettersi in gioco e cambiare il corso della propria esistenza.
Questo è pure il segreto per uscire dalla gabbia dell’invidia. Il rapporto con noi stessi, non con gli altri, fa la differenza tra ciò che viviamo e cosa ne facciamo.
Spesso l’invidioso è semplicemente una persona che ammira l’oggetto delle sue denigrazioni, solo che non ritiene possibile per sé stesso innalzarsi poiché non ha fiducia nelle sue capacità. C’è una combinazione negativa fra il desiderio di essere felici, la frustrazione di non riuscire, l’invidia verso coloro che si pensa abbiano una vita migliore. Stare male in tal senso induce alla cattiveria e alla delusione, in sostanza alla percezione di essere sconfitte.

La svolta?
Acquisire fiducia nelle proprie potenzialità, rischiarare le risorse interiori. Concentrarsi nell’individuare quale sia la strada dell’autorealizzazione personale piuttosto che denigrare l’altro. Il nostro potenziale benefico è sempre allenabile, a patto che lo vogliamo, e ci impegniamo tenacemente nel farlo.
Quando sentiamo nascere l’invidia, possiamo diffondere veleno, oppure possiamo vederla come una parte intima che chiede di emergere, e darle voce.
Cosa desideriamo realmente?
Concentrati sulla tua felicità!
Qual è la prima cosa che vorresti migliorare da oggi e che ti renderebbe felice?
Raggiungerla è il regalo più prezioso che possiamo fare a noi stessi.
E allora?
Ammiriamo le persone che agiscono secondo virtù, e depotenziamo ogni tensione all’invidia!


