ANDREA MUSTONI “Un patto sociale con la gente che vive nella terra dell’orso”

ANDREA MUSTONI “Un patto sociale con la gente che vive nella terra dell’orso”

Quando ho letto l’articolo di Andrea Mustoni (il padre del progetto “LIFE URSUS”), su una pubblicazione del Parco Naturale dell’Adamello Brenta, precisamente nella rubrica “La voce della ricerca”, sono rimasto impressionato da come il noto zoologo definisce il nostro territorio e la popolazione che ci vive. “La gente che vive nella terra dell’orso” questo è il presupposto da cui partono i ragionamenti di chi ha ideato, portato avanti e gestisce tuttora il “Progetto Life Ursus”. Personalmente pensavo che l’ultimo arrivato fosse l’orso, introdotto forzatamente alla fine degli anni novanta, attraverso un progetto che si è rivelato lacunoso e soprattutto non trasparente nei confronti della popolazione.

Voglio ricordare a tutti, se ce ne fosse bisogno, che il nostro territorio ha una storia e tradizioni secolari ed è sorprendente che ora la popolazione si trova ad essere ospite del luogo degli osi. Ritengo che sia pericoloso stravolgere in questo modo la realtà.

Il mio stupore è ancora più forte quando, in seguito all’articolo di Jacopo Strapparava che riportiamo di seguito, non ci sono state particolari prese di posizione sulla proposta di Mustoni che propone di inserire 3 o 4 nuovi orsi maschi, per dare maggiore stabilità genetica alla popolazione degli orsi stessi. Un’ipotesi che, secondo Mustoni, sarebbe la soluzione al problema attuale e porterebbe a ridurre il numero di orsi a 60 esemplari.

Una nota canzone dice “cammini piano senza far rumore”, ho l’impressione che dopo il clamore suscitato in occasione dell’uccisione di Andrea Papi da parte di un orso, ora si procede a piccoli passi cercando da un lato di far accettare alla popolazione una convivenza con gli orsi e dall’altro trovando soluzioni che sono fortemente sbilanciate.

Su questo tema abbiamo chiesto il parere dei Presidenti delle Comunità delle valli di Non e Sole oltre a quella del Comitato per Andrea Papi.

Paolo Leonardi

LA GENTE VOTA, MA QUALUNQUE AZIONE È IMPOSSIBILE E MUSTONI PROPONE: «REINTRODUCIAMONE ALTRI»

Quando si decise di ripopolare il Brenta con orsi sloveni, apparve chiaro che il punto fondamentale era l’accettazione sociale.

Senza accettazione sociale, diceva lo Studio di fattibilità di Life Ursus, «il rischio di fallimento non può essere escluso». Bisognava «evitare l’insorgenza di comportamenti troppo confidenti» e «assicurare la rimozione dei soggetti pericolosi» e, soprattutto, agire «con rapidità e trasparenza». È finita che – tra polemiche, ricorsi, passaggi al Tar e al Consiglio di Stato – solo per catturare JJ4 ci sono voluti tre anni. E che ci scappasse il morto.

Poi c’è la gestione ordinaria. Se è vero, come scrive l’Ispra, che la percentuale di orsi «problematici» oscilla tra il 12,5 e il 14,4%, e quelli «ad alto rischio» solo tra il 2,8 e il 3,3%, è pure vero che il loro numero continua a crescere. Assieme alla paura della gente. «Ormai sono troppi», si dice. «In Slovenia ne abbattono 150 all’anno!». «Si caccia il cervo, il capriolo, il camoscio, perché l’orso no?».

Durante l’ultima campagna elettorale, Maurizio Fugatti disse che «ne abbiamo 70 in eccesso». Ma già nel 2012 Lorenzo Dellai spiegava che bisognava «scendere da 50 a 25» e «ricollocare quelli di troppo in altri Paesi europei». E persino il forestale Matteo Zeni – autore di “L’orso e noi”, forse il miglior libro in circolazione sulla questione – ammette che la caccia «potrebbe fornire ai residenti “una percezione di controllo della situazione”, con conseguenze positive sul grado di accettazione degli orsi stessi».

La cosa è semplice, in teoria. La Direttiva Habitat ammette deroghe per ragioni di sicurezza, ragioni sociali e perfino economiche, tanto è vero che oggi in Slovenia, Croazia, Slovacchia, Romania, Bulgaria, Svezia, Finlandia e Estonia – tutti membri Ue – gli orsi vengono abbattuti senza problemi. Unica condizione: che la deroga «non pregiudichi il mantenimento delle popolazioni in uno stato di conservazione soddisfacente».

E allora?

E allora c’è che gli orsi del Trentino sono diversi da tutti gli altri. Discendono tutti dagli stessi esemplari importati, tra cui solo due maschi. È la consanguineità, il peccato originale di Life Ursus. Lo stesso problema di alcune popolazioni di stambecchi che, reintrodotti dall’uomo, si estinguevano di nuovo dopo qualche generazione di incesti. Un po’ come i vecchi nobili, che si sposavano solo tra loro, e poi i figli nascevano malati.

Nel 2023 l’Ispra avvisava che, anche se «gli orsi potrebbero diventare 250 nel giro di 10-15 anni», il rischio di estinzione rimane «estremamente alto»: basterebbe abbatterne pochi per portare la popolazione al collasso. Ogni anno, dice l’Istituto, si possono rimuovere «al massimo 8 esemplari, tra cui massimo 4 subadulti, massimo 2 maschi adulti e massimo 2 femmine in età riproduttiva». Altro che i 70 di cui parlava Fugatti.

«Un rebus di difficile soluzione» scrive lo zoologo Andrea Mustoni, che di Life Ursus fu coordinatore scientifico. Trasferirli? Sarebbe arduo dal punto di vista tecnico. Costosissimo. Senza contare che, visto quanto accaduto in Trentino, nessuno se li prenderebbe. Sterilizzarli? E come? Farmacologicamente? Per via chirurgica? Sterilizzare un maschio avrebbe poco senso, a fini demografici. E, stando ai paletti dell’Ispra sulla demografia, abbattuti o sterilizzati non farebbe differenza. «L’unica via percorribile è cercare di ricostruire la perduta accettazione sociale» (ed ecco spiegate le campagne comunicative degli ultimi mesi).

C’è un’ultima possibilità, invero.

Mustoni la chiama «la soluzione utopica». «Per portare l’Ispra a una revisione del proprio studio, si potrebbe procedere a una integrazione genetica con una immissione di nuovi individui, prioritariamente maschi». Insomma, bisognerebbe introdurne altri.

Oppure: aspettare che arrivi sul Brenta un maschio sloveno in esplorazione, a rimpinguare il sangue dei nostri esemplari.

A quel punto le remore dell’Ispra cadrebbero, e si potrebbe «mantenere il numero complessivo vicino ai 60 individui». La proposta è forte. «La soluzione, tecnicamente elementare, appare difficilissima da mettere in pratica stante il dibattito su questi temi».

Articolo di Jacopo Strapparava (Corriere del Trentino, 5 ottobre 2025)

Commento riferito all’articolo del Corriere del Trentino del 6 ottobre scorso

E’ curioso, ma anche avvilente, constatare che dopo oltre un quarto di secolo dal “famigerato inizio del progetto Life Ursus” il “padre” dello stesso progetto si accorga e ci illumini sulle problematiche di consanguineità degli orsi importati dalla Slovenia alla fine degli anni novanta.

E’ bene ricordare che il Comitato Insieme per Andrea Papi nell’audizione del febbraio 2024 sulle osservazioni alla così detta “legge Failoni”, contestando in toto il progetto Life Ursus, si era già espresso su questo argomento rilevando provocatoriamente che “chi teneva tanto alla portanza naturale” avrebbe dovuto importare dei nuovi maschi per evitare fenomeni di imbreending che puntualmente si sono verificati in barba alle ipotesi “degli esperti”.

E’ evidente che le ipotesi fatte al tempo sono state tutte rigettate da quanto avvenuto nella realtà:

u Totale assenza della “distribuzione naturale” degli orsi importati dalla Slovenia sull’intero arco alpino.

u Errata previsione sul fatto che le femmine sono stanziali e che, trovato il loro habitat ideale attorno al gruppo del Brenta, da lì non si sono più mosse determinando con ciò un areale di permanenza dell’orso molto più ristretto di quello previsto.

u Da qui discende chiaramente il problema di consanguineità che determina negli orsi, a detta degli esperti, problemi sia di struttura fisica sia comportamentali.

u Insufficiente, se non totale, assenza di corretta informazione alle popolazioni locali su ciò che avrebbe comportato l’inserimento del grande predatore rispetto a zone ad alta antropizzazione come le vallate attorno al gruppo delle Dolomiti di Brenta.

u Da qui discende altrettanto chiaramente il problema di assoluta assenza di quella “portanza sociale” necessaria ed indispensabile per la riuscita di qualsiasi progetto; fatto ampiamente messo in luce dalle recenti consultazioni popolari svoltesi proprio nelle vallate attorno al Brenta dove più massiccia è la presenza dell’orso.

Rilevato quanto sopra, tutto ciò è la prova “provata”, se mai ce ne fosse stato bisogno, del fallimento di quel progetto Life Ursus proprio per bocca del coordinatore scientifico di quel progetto.

Stabilita la incongruità tra quanto previsto dal Life Ursus e da quanto è emerso dai fatti reali, portati all’apice con la tragica morte di Andrea Papi, è quanto mai curioso che il “padre del fallimento” suggerisca soluzioni che risultano un’ulteriore offesa alle genti delle terre alte.

Il Comitato Insieme per Andrea Papi ritiene che sia ora di porre fine a questo teatrino e chi di dovere inizi davvero quel percorso che invochiamo da tempo per poter giungere al provvedimento derogatorio da parte della Commissione Europea che possa finalmente portare a piani di gestione seri tesi a coniugare la portanza naturale con una indispensabile portanza sociale al fine di ridare sicurezza e serenità alle genti delle terre alte.

Pierantonio Cristoforetti

Redazione