“Entorn al foc”: il falò di Don. Ricordando la Monteson

“Entorn al foc”: il falò di Don. Ricordando la Monteson
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Prof. Luigino Endrighi

“S ge völ i riti” l’à dit la bolp al Prinzipot. “Che el po ‘n rito?”, l’à dit el Prinzipòt. “Ancia chesta l’è na roba desmentegiada da’n pez”, l’à dit la bolp.

“L’e chel che fa ‘n dì diferènt dai autri dì, ‘n ora dale autre ore”.

(…dal libro “El Prinzipòt” ed. Il Melo – 2025)

Il mese di luglio, nella società contadina tradizionale, era dedicato nei nostri paesi al “rito” della Monteson: la fienagione di alta montagna, quando le famiglie contadine si trasferivano per un paio di settimane sulle pendici dei monti per segare il fieno profumato di lassù. Era un periodo di duro lavoro ma anche di straordinario rilassamento, durante il quale si viveva in un clima famigliare più disteso e rilassato.

All’imbrunire la famiglia e gli ospiti venuti dai prati vicini si sedevano attorno ad una catasta di legna, che bruciava scoppiettando e dava calore ai corpi e ai cuori dei presenti: si faceva il punto sui lavori fatti e da fare, si chiacchierava, i vecchi raccontavano storie dei loro tempi, qualcuno suonava la fisarmonica e i giovani -alle loro prime impacciate prove di corteggiamento- ballavano sull’erba appena tagliata.

Le profonde trasformazioni economiche e sociali degli anni ’60, con molte famiglie che imboccavano altri percorsi lavorativi nell’industria, nell’edilizia, nel turismo e la meccanizzazione dei lavori agricoli, misero in crisi questa “villeggiatura lavorativa”, che era profondamente legata alla vita contadina.

La comunità di Don, rimasta improvvisamente orfana di quel “rito contadino”, lo fece entrare (come succede spesso per le cose belle che finiscono) nel suo immaginario collettivo. Fu quindi un attimo farlo riaffiorare dalla mente e dal cuore dei paesani a metà degli anni ’70, quando la Pro Loco di Don pensò di riproporre il rito del “fuoco estivo” in una rappresentazione: immersi in una suggestiva “arena naturale”, seduti a raggiera su rustiche balle di paglia, centinaia di persone rivivevano le serate della Monteson davanti ad un falò di grandi dimensioni.

Dopo alcuni anni, in cui si alternavano sul palco cori e formazioni folcloristiche di altre regioni italiane, di altre nazioni europee e di stati extraeuropei, dall’inizio degli anni Novanta il Falò è andato via via assumendo una struttura unitaria “a tema”, diventando una “storia recitata e cantata”, fatta di scenografie, di parole, di immagini, scene storiche ricostruite, riproduzioni di lavori agricoli e di tradizioni della civiltà contadina.

Numerosi gli aspetti della vita tradizionale portati in scena: La Monteson, Vita di paese, Le quattro stagioni, Il filò, “Le donne, i cavallier, l’arme, gli amori”, L’emigrazione, La vita in miniera degli emigranti, La guerra, “I luoghi del canto”, ecc.).

Tutto ciò in una prospettiva di territorio, con la collaborazione di altri cori e associazioni culturali dei paesi vicini. La manifestazione è stata per anni un appuntamento imperdibile ed ha sempre riscosso un successo straordinario presso la gente del posto, proveniente da tutta la valle, ma attesa con ansia anche da molti turisti. La serata del Falò appartiene ormai all’immaginario collettivo di tanti bambini, giovani ed adulti di allora.

Il Coro Roén è sempre stato l’anima e il protagonista canoro dell’evento, realizzato con grande sforzo organizzativo per una ventina di volte con la stretta collaborazione fra il regista Luigino Endrighi e Aldo Lorenzi, fondatore del coro locale e profondo conoscitore del mondo contadino e delle sue canzoni, anche e specialmente con la partecipazione entusiasta di giovani e meno giovani del paese.

Analizzando con Aldo il fenomeno straordinario del “canto spontaneo” della tradizione, ci si è accorti che una volta si cantava in gruppo, in famiglia, sul lavoro, nei filò: uomini e donne insieme.

Ed allora lui si mise in gioco ancora una volta e diede vita al “Coro misto EL PLAZ”, che affiancava la formazione maschile del Coro Roén e completava il panorama variegato del canto popolare della tradizione: la freschezza delle voci femminili, il repertorio allegro, spesso di carattere amoroso, il ritmo scoppiettante delle esecuzioni conferirono alle serate di quegli anni un’espressività straordinaria e una coerenza storica con il “cantare insieme” di una volta…

Sono gli anni d’oro del Falò, che, con la sua scorrevolezza narrativa, favoriva il riaffiorare dei ricordi personali e collettivi e ricostruiva negli spettatori il puzzle della storia personale e collettiva.

Di grande efficacia è stata l’ultima edizione, animata dai contributi delle associazioni di Romeno e Cavareno, che ha guidato gli spettatori attraverso i “luoghi del canto”, tipici della società contadina: la chiesa con i solenni canti liturgici, il sagrato con i pezzi impegnativi per le ricorrenze importanti (eseguiti dai “Coristi delle chiese d’Anaunia”, altra formazione legata profondamente al paese di Don), i prati di montagna nelle serate della Monteson, ma anche: il somas, l’osteria e la “stua” (filò invernale), tutti luoghi in cui, oltre che al lavoro e alla socialità, i contadini si dedicavano al canto.

Seguendo la “cornice narrativa”, mirabilmente tracciata dagli attori della Filodrammatica di Romeno, i cori e i numerosi figuranti srotolavano la matassa della memoria collettiva: di fronte ai più di 2000 spettatori, rapiti dalla “storia” della gente comune, che con il canto leniva le sue ferite, si divertiva, raccontava sé stessa, le sue tradizioni e i suoi valori. E tutto ciò nella varietà delle varie modalità espressive: il canto libero e quello strutturato, le voci maschili, quelle femminili e miste, canti di solisti e di gruppi, cantilene delle tradizioni popolari, i canti a squarciagola dei coscritti, le canzoni da lavoro e da osteria, (le suonate trascinanti della fisarmonica, ecc.).

Un viaggio non solo nei “luoghi del canto tradizionale” ma anche attraverso le mille anime della cultura popolare del nostro territorio. Un‘esperienza esaltante, autenticamente popolare, nata e costruita dalla comunità “reale” di un paese, che raccontava e cantava il suo passato, non per nostalgia ma per conoscere e valorizzare le proprie radici, la propria storia, la propria cultura.

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Redazione