FORTUNATO DEPERO Nel 65° anniversario della morte
Il 30 marzo 1892, a Fondo, nell’alta Valle di Non, nasceva uno dei più famosi esponenti del Futurismo italiano.
Il suo nome era Fortunato Depero. Nacque in quel paese quasi per caso. Infatti, i suoi genitori si trovavano in quel posto solamente perché il padre aveva ottenuto una temporanea occupazione presso quel carcere mandamentale.
In effetti, la sua famiglia proveniva da Vigo Ton, dove abitava al civico numero 13. Il padre, Lorenzo Agostino, era nato a Vigo, il 10 agosto 1840. Pure la terza moglie Virginia Turri era una compaesana.
Ancora giovane Fortunato si trasferì a Rovereto, dove s’iscrisse alla locale Scuola Reale Elisabettina.
Nel 1909, attratto dal grafismo e, in modo particolare, dal simbolismo e dall’espressionismo, decise di iscriversi all’Accademia Reale delle Belle Arti, ma non fu accettato.
Si recò, quindi, a Roma dove conobbe Marinetti. Da lui e da altri illustri esponenti come Umberto Boccioni e Giacomo Balla assimilò il “dinamismo plastico” di chiaro stampo secessionista che egli, poi, estrinsecherà nelle sue opere.
Nel 1914, allo scoppio della Prima Guerra Mondiale; fu arruolato nell’esercito austriaco, ma venne riformato. Tornò a Roma dove con la collaborazione di Giacomo Balla e, sotto la supervisione di Marinetti, realizzò il manifesto “Ricostruzione futurista dell’universo”. Nello stesso periodo si arruolò, come volontario, nell’esercito italiano, ma anche in questo caso non risultò idoneo alla vita militare.
Nel 1916 tenne a Roma la sua prima mostra personale con disegni, dipinti, complessi plastici, tavole di poesia e costumi teatrali. Finita la guerra, tornò a Rovereto, ormai italiana, e, assieme alla moglie Rosetta Amadori, aprì la “Casa del Mago”.
In quell’atelier egli progettò, disegnò e realizzò tarsie, grandi collage in stoffa, arazzi, mobili, giocattoli e materiale pubblicitario molto richiesto anche da ditte famose come la
Campari e la Pirelli. Preparò pure l’esposizione “Depero e la sua Casa d’Arte Futurista”.
Nel 1923 venne invitato alla prima mostra decorativa nazionale di Monza.
Nel 1925, assieme a Balla e Trampolini, fu chiamato a rappresentare l’Italia all’Esposizione universale di Parigi dove vinse numerosi premi. Con l’occasione si fermò nella capitale francese fino alla primavera del 1926.
Nel 1927 pubblicò “Depero Futurista”, “II libro oggetto”, rilegato con bulloni, capolavoro della sperimentazione tipografica.
Nel 1928 si trasferì a New York dove lavorò come sceneggiatore teatrale.
Tornò a Rovereto nel 1930 e, fra le altre cose, ricevette l’incarico di progettare tre grandi vetrate per il dopolavoro dei postelegrafonici a Trento. Esse rappresentavano il “dinamismo delle officine, le arti ed il lavoro durante l’epoca fascista”. Purtroppo, queste interessanti opere furono demolite, a colpi di piccone, per far defluire l’acqua dai locali durante la grande alluvione del novembre 1966. Egli si occupò anche di pubblicità e, infatti, in quel periodo, stampò il “Numero Unico Campari”.
Nel 1943 uscì un suo volume di prose e liriche “A passo romano. Lirismo fascista, guerriero, programmatico e costruttivo”.
Dopo la caduta del regime e fino al 1945, si ritirò, in solitudine, a Serrada di Folgaria.
Qui visse il periodo più duro della sua vita. Furono anni difficili a causa della diffidenza dei suoi concittadini, della mancanza di commesse e dalle conseguenti difficoltà finanziarie. Finita la guerra, infatti, venne messo quasi in disparte perché sospettato di troppa connivenza con il partit
Per fortuna, nel 1953, l’allora Presidente della Giunta, Remo Albertini, lo incaricò di trasformare il salone delle feste e dei banchetti dell’ex hotel Imperial, (un locale lungo 30 metri e largo 9) in un’aula per il Consiglio Provinciale di Trento.
L’artista lo abbellì con disegni che rappresentavano, in maniera simbolica, le peculiarità del Trentino. Visti i risultati più che soddisfacenti, gli affidarono anche la progettazione dell’arredamento. Si ottenne, così, un raro “unicum” dove, un intero ambiente, dalle pareti alle luci, dai mobili e agli infissi sono frutto esclusivo del genio e della fantasia di un solo artista.
Questo lavoro lo impegnò per ben tre anni, dal 1953 al 1956.
Poco dopo, il 29 novembre 1960, egli morì, a Rovereto, città che lo aveva adottato fin dall’infanzia. Aveva 68 anni.
Condensare in poche righe l’eclettico lavoro di questo artista è quasi impossibile. Quanto sopra riportato, è solo una stringata e poco esaustiva biografia.
Basti ricordare che, solamente a Rovereto, l’artista, fra dipinti, disegni, tarsie in panno, collages, manifesti, locandine, mobili, giocattoli e prodotti d’arte applicata, lasciò più di 3.000 oggetti.
I suoi lavori rappresentano un importantissimo spaccato dell’arte italiana del primo 1900. Molte di queste opere si trovano nella “Casa d’Arte Futurista”, meglio conosciuta come Museo Depero.
L’edificio si trova in un vecchio palazzo signorile, già sede del Banco dei Pegni, di fronte al Castello. Al suo interno sono custodite e valorizzate esclusivamente le opere di questo grande artista.
Vengono, inoltre, documentate con ricchissimo materiale, le sue multiformi attività nel campo della grafica, della pittura e della scenografia.
Nelle varie sale sono esposti arazzi, tele, giocattoli, schizzi e foto create, appunto, dal genio di Depero.
La città della Quercia, con lungimiranza, mise a disposizione dell’artista questo edificio mentre era ancora in vita col patto che lo arredasse con le proprie opere allestendo così una galleria d’arte fruibile anche dopo la sua scomparsa.
Per realizzare questo progetto, meta di continue visite da parte di studiosi e amanti dell’arte, il maestro Depero vi lavorò intensamente dal 1957al 1959.
Detta galleria è considerata la più importante esposizione permanente italiana dedicata al “Futurismo” mentre il suo fondatore, Fortunato Depero, è ritenuto, sia livello nazionale sia internazionale, come uno dei massimi esponenti di detta corrente.
Questo nuovo movimento artistico e letterario nacque, agli inizi del Novecento soprattutto per opera da F.T. Marinetti.
Il “Futurismo” voleva esprimere una forte volontà di rottura con il passato, esaltando, invece, i nuovi tempi moderni, dominati dal prorompere vertiginoso delle scoperte tecnologiche e dal dinamismo della vita moderna.
Nel suo paese d’origine, per onorarlo degnamente, gli è stata intitolata la scuola dell’infanzia. I bambini che la frequentano, con l’aiuto dell’artista Pietro Weber, hanno allestito un grande mosaico posizionato poi davanti all’ingresso, come perenne memoria dell’illustre compaesano.


