Quanto é cambiata la frutticoltura. La melicoltura può rendere ancora?

Quanto é cambiata la frutticoltura. La melicoltura può rendere ancora?

La risposta è fondamentale per capire quale futuro si prospetta per il settore e quindi la sua sostenibilità economica nel tempo.

Nella nostra agricoltura di montagna il settore frutticolo è quello economicamente preponderante. Nelle valli del Noce, le aziende frutticole diretto coltivatrici sono circa 3.800 (*da censimento agricoltura 2010) per una superficie investita di circa 7.000 ettari. Gli agricoltori che svolgono l’attività a tempo pieno sono circa la metà e gestiscono mediamente aziende di 3-4 ettari o più; gli altri sono agricoltori part-time con aziende decisamente più piccole. Per sapere se la melicoltura rende ancora bisogna ragionare su dei dati. Come per qualsiasi azienda anche per quella agricola il bilancio annuale prevede delle entrate e delle uscite. Quando le prime superano le seconde abbiamo un utile di esercizio.

Le entrate dell’azienda sono date dalla produzione ottenuta e dal prezzo di realizzo più eventuali indennizzi in caso di calamità che riducono o danneggiano il prodotto. Per semplicità è meglio ragionare ad ettaro e senza danni da eventi meteorici. Quindi, ad esempio, con una resa di 600 quintali ad un prezzo di 0,45 €/Kg avremo un’entrata lorda annuale di 27.000 € ad ettaro. Nel computo delle spese annuali va ricordato che per circa la metà sono esborsi reali sostenuti per la produzione e principalmente per la manodopera extraziendale, fitofarmaci, concimi, prodotti petroliferi, altri materiali, irrigazione, assicurazioni, imposte e previdenze. L’altra metà sono costi calcolati come le quote d’ammortamento per le spese sostenute una tantum per acquisto macchine e realizzazione impianti, il calcolo degli interessi sui capitali anticipati ed il beneficio fondiario del capitale terra; fra queste dobbiamo considerare anche la remunerazione per il lavoro svolto dal titolare e dai suoi famigliari. Per un’azienda di medie dimensioni sui 4 ettari di superficie il totale dei costi annuali ad ettaro si attesta sui 2527.000 € l’anno.  Nelle aziende più piccole i costi unitari tendono comunque all’aumento.

La ripartizione percentuale delle voci di costo può essere così sintetizzata: manodopera aziendale 19% (solo titolare: circa 400 ore/ettaro a 13.5 €/ora), manodopera stagionale 12.5% (circa 400 ore/ettaro a 8,5 €/ora lordi), macchine 19%, mezzi tecnici (fitosanitari, concimi ecc.) 9%, assicurazione+imposte 15.5%, ammortamento impianto frutticolo 13%, irrigazione 4%, beneficio fondiario+interessi 8%. Anche per l’azienda agricola l’obiettivo prioritario è quello di massimizzare le entrate ma con un occhio attento anche alle spese. Nella realtà montana trentina e nonesa in particolare, i costi tendono ad essere superiori rispetto alla pianura sia per l’orografia ed il frazionamento dei terreni che per le ridotte dimensioni aziendali.

In prospettiva è probabile che le dimensioni medie delle aziende tendano ad aumentare in virtù dei limitati ricambi generazionali. Infatti dove viene a mancare una normale successione i terreni andranno sul mercato o affittati. In ogni caso, nelle realtà come le nostre è bene che le aziende mantengano una conduzione diretto-coltivatrice per garantire un’adeguata attenzione alla produzione, all’ambiente ed essere più sostenibili anche economicamente. Dobbiamo anche ricordare, non ultimo per importanza, la sempre maggiore difficoltà nel trovare manodopera stagionale esperta.

La stabilità economica dell’azienda agricola viene rafforzata anche dalla diversificazione dell’offerta; vanno in questa direzione alcuni progetti di Melinda in parte già avviati e in parte futuribili (nuove varietà, nuove colture ecc.); sono scelte non facili ma necessarie. Altra opportunità interessante deriva dall’offerta agrituristica (B&B, affitto camere, agriturismi) che è già una realtà consolidata ma che va perfezionata soprattutto migliorando la cultura dell’ospitalità.

Per contenere i costi, nel medio periodo, sarà necessario porre molta attenzione all’accorpamento delle proprietà. Se anche l’ente pubblico sosterrà in maniera convinta operazioni di riordino fondiario attraverso la permuta dei terreni potremmo migliorare una situazione fondiaria che oggi ci penalizza. Queste operazioni attualmente possono risultare più semplici, rispetto al passato, anche per un cambio generazionale di mentalità.

In questi anni le aziende hanno molto investito nel modernizzare e ampliare il parco macchine. Spesso, date, le ridotte dimensioni aziendali, risulta però sottoutilizzato e questo fa lievitare di molto i costi fissi. In questo senso è lodevole e valida l’iniziativa, già consolidata, di alcune cooperative nell’acquistare collettivamente alcune macchine operatrici di uso saltuario e noleggiarle ai propri associati. Anche l’acquisto collettivo di altri mezzi tecnici come piante, fitosanitari e materiali per impianti consente di fare delle economie di scala.

Il costo per realizzare un nuovo impianto di melo è molto alto e può variare dai 40 ai 50.000 € per ettaro secondo il numero di piante e le varietà utilizzate. Se poi si aggiunge l’impianto antigrandine il costo va aumentato mediamente di altri 13-15.000 €. Ne consegue che la quota d’ammortamento annua è una voce di spesa molto impegnativa e crescente con il diminuire della durata dell’impianto stesso. L’agricoltore deve fare bene i propri calcoli e gestire l’impianto in maniera ottimale per favorire una veloce e costante vita produttiva.

In un contesto agricolo come quello delle valli del Noce è stata ed è fondamentale l’organizzazione cooperativistica che, oltre ad ottimizzare la commercializzazione del prodotto e gestire la filiera, può accedere a consistenti risorse pubbliche. Anche la Provincia ha sempre svolto una funzione importante nella gestione e sostegno del settore, riconoscendone il ruolo primario e polivalente. Lungimirante è stata pure la scelta politica di affiancare un adeguato servizio di consulenza tecnica che quotidianamente collabora con gli agricoltori e gli altri attori del settore per ottimizzare i risultati.

Abbiamo visto che il prezzo influenza in maniera determinante le entrate lorde dell’azienda. Negli ultimi anni non ci si può certo lamentare per l’andamento dei ricavi. Tuttavia in annate di sovrapproduzione europea, come ci sono già state, il mercato ne risente pesantemente. Per contro non possiamo dimenticare che i consumi di mele sono tendenzialmente stabili o in contrazione. Quando i prezzi si avvicinano a 0,40 €/kg, o peggio sono inferiori, non solo non vi saranno utili ma anche il lavoro del titolare e famigliari risulterà sottopagato. Purtroppo a livello europeo potenzialmente l’offerta supera la domanda e quindi ogni anno si spera che da altre parti possa succedere qualche evento calamitoso che limiti la produzione. Certo non è il massimo. La concorrenza è forte e questo deve spingere le aziende a curare al meglio la propria produzione con grande attenzione anche alla qualità che fortunatamente nel nostro ambiente può eccellere.

Le produzioni melicole trentine ed altoatesine sono leader per importanza e prestigio a livello nazionale.

Melinda è il brand più noto ed apprezzato in Italia, a dimostrazione del grande impegno che l’azienda ha profuso nel farsi conoscere e nel fidelizzare i consumatori. L’attenzione è rivolta sempre più anche verso i mercati esteri che in futuro potrebbero rappresentare uno sbocco commerciale sempre più importante. In definitiva possiamo concludere che, considerata la buona organizzazione del settore combinata con i buoni risultati produttivi raggiunti, possiamo ben sperare in un futuro ancora positivo e favorevole.

Piergiorgio Ianes