L’iconografia della natività nel corso dei secoli
Nel corso dei secoli la rappresentazione della Natività di Gesù ha subito numerose trasformazioni adattandosi, di volta in volta, ai diversi stili artistici, alle varie correnti religiose e ai molteplici contesti culturali.
Le prime raffigurazioni relative a questo tema risalgono agli albori del Cristianesimo quando la religione Cristiana era ancora illegale. I neofiti, in quel periodo, si esprimevano con immagini molto semplici e gelosamente celate. Infatti, ai fedeli perseguitati, non era consentito di manifestare pubblicamente e liberamente le loro credenze.
Come detto in precedenza, l’ARTE PALEOCRISTIANA risale ai primi secoli del Cristianesimo, cioè dall’epoca delle catacombe e dura fino al VI secolo quando si affermò l’arte bizantina. Questa arte era clandestina e pertanto, molto difficilmente, era rappresentata in forma esplicita.
In detto periodo l’iconografia della Natività risultava scarsa, ancora molto sobria e fortemente influenzata dall’impronta romana. Invece, più sovente, si utilizzavano dei simboli convenzionali (simbolismo criptico) come il pesce, in greco “ICHTHYS”, famoso acrostico formato dalle lettere iniziali delle cinque parole Iesous Christos Theou Huios Soter (Gesù Cristo, Figlio di Dio, Salvatore).

Arte paleocristiana – catacombe
Per significare Cristo Salvatore spesso veniva raffigurato un “Buon pastore”, oppure era usata l’alfa e l’omega, la prima e l’ultima lettera dell’alfabeto greco (l’Inizio e la Fine). Certe volte era rappresentato pure l’agnello, simbolo di docilità e umiltà. In certi casi si usava anche l’allegoria della colomba, simbolo della pace.
Sostanzialmente queste immagini si concentravano sul significato spirituale piuttosto che sulla rappresentazione realistica.
L’obiettivo finale non era quello di realizzare un’opera d’arte ma solamente quello di trasmettere un messaggio di salvezza e di speranza.
L’Editto di Milano (313 d.C.) sancì la libertà di culto ed allora l’arte paleocristiana diventò più monumentale. Le basiliche sostituirono le catacombe come luoghi di culto e l’iconografia si arricchì di nuove immagini che da quel momento poterono essere raffigurate apertamente.
Dal VI al X secolo l’ARTE BIZANTINA si espresse con uno stile iconico statico e ieratico. Maria veniva proposta in posizione sdraiata su di un lettuccio e il Bambino Gesù era raffigurato in una mangiatoia a forma di sarcofago come richiamo alla sua futura Passione e sepoltura. Giuseppe era posto in basso, distaccato, isolato e pensieroso, oppure ai margini della scena. Esso simboleggiava il dubbio umano e la riflessione sul mistero della nascita divina.

Arte bizantina – Chiesa S. Maria Maggiore – Roma
Lo sfondo si presentava sempre piatto e color oro come per evocare la trascendenza. Le figure erano solenni, con sguardi fissi e innaturali. Esempi di quanto sopra si possono facilmente osservare ancora nel Duomo di Monreale in Sicilia, nella Cappella Palatina del Duomo di Palermo oppure nella Basilica di San Marco a Venezia.
L’ARTE ROMANICA (sec. IX-XIII) ereditò molte immagini dall’arte paleocristiana e dall’arte bizantina, ma le adattò ad un gusto occidentale più narrativo e simbolico, tecnicamente meno raffinato, ma maggiormente diretto alla comunicazione visiva.
La rappresentazione della Natività era principalmente finalizzata all’insegnamento dei principali concetti religiosi ad una popolazione ancora in gran parte analfabeta.
Sostanzialmente l’obiettivo primario era quello di educare e istruire dei fedeli illetterati attraverso delle immagini facilmente accessibili a tutti e che, nello stesso tempo, racchiudessero un ricco e chiaro significato. L’intera scena doveva esprimere delle verità teologiche come l’incarnazione di Dio, la povertà di Cristo, e il ruolo salvifico della sua nascita.

Arte romanica – Roma S. Maria in Trastevere (Pietro Cavallini)
Il linguaggio simbolico era predominante: la mangiatoia significava l’altare, il Bambino fasciato come un defunto era la prefigurazione della morte e risurrezione, mentre la grotta indicava l’oscurità dalla quale nasceva la luce del mondo. Generalmente anche in questo periodo le figure erano rigide, frontali, gerarchiche, spesso senza prospettiva e con scarse proporzioni realistiche.
Maria era rappresentata sdraiata su un letto (come nell’iconografia bizantina), sovente più grande degli altri personaggi per sottolineare la sua importanza, mentre il Bambino Gesù, posto in una mangiatoia veniva, talvolta, raffigurato come un piccolo adulto.
Giuseppe appariva spesso in disparte, pensieroso o addormentato come per sottolineare la sua figura, quasi secondaria, di padre putativo.
Gli Angeli e i pastori erano raffigurati in una forma molto semplificata, mentre i Re Magi, se presenti, stavano in fila a cavallo, riprodotti in modo solenne e simbolico.
Nella pittura romanica non è sempre facile attribuire un’opera ad un determinato artista perché, in genere, si tratta di opere anonime su pareti absidali, ante di altari o frammenti murari. Tuttavia, si può ricordare senz’altro, Pietro Cavallini (santa Maria in Trastevere – Roma) oppure riconoscere la mano di Wiligelmo nei bassorilievi del Duomo di Modena.
Durante il PERIODO GOTICO
(circa dal XII al XIV secolo), la Natività di Cristo fu un tema quasi centrale nell’arte sacra. Essa veniva rappresentata con ricercata raffinatezza, spiritualità e particolare attenzione anche ai dettagli simbolici. Questo fu un periodo in cui l’arte cristiana cercava d’ispirare devozione e meraviglia. Le scene sacre, come la Natività, venivano utilizzate specificatamente per educare i fedeli attraverso immagini ricche di significato e molto vicine all’esperienza dei visitatori.
La Natività non era rappresentata solamente in forma simbolica e ieratica, ma si arricchiva ulteriormente di dettagli realistici e sentimentali.
Le principali innovazioni di quel periodo consistevano nell’umanizzazione delle figure sacre, unite ad una maggior enfasi nella rappresentazione della scena e in una maggior influenza mistica.

Il Gotico – Giotto
Maria e Giuseppe cominciarono ad apparire più umani e affettuosi. Maria non era solo la “Regina del cielo”, ma anche una madre amorevole.
Il Bambino Gesù veniva spesso rappresentato nudo, sdraiato in una mangiatoia, quasi per sottolinearne la natura umana e divina.
Il bue e l’asino erano costantemente indicati per rappresentare il popolo d’Israele ed i pagani. La luce e gli angeli richiamavano il mistero divino.
I pastorelli cominciarono a essere rappresentati in modo più naturale, con maggiori dettagli di vita quotidiana. I Magi erano riccamente paludati con vestiti orientali quasi per sottolineare l’importanza e l’universalità del messaggio cristiano.
I principali artisti gotici italiani che raffigurarono la Natività in tal modo furono Giotto da Bondone e Duccio di Buoninsegna.
Durante il RINASCIMENTO (XVI-XVII secolo) la rappresentazione della nascita di Gesù si collocò nel più ampio contesto della riscoperta dell’uomo e della sua dignità.
I pittori rinascimentali si ispirarono alla tradizione cristiana e grazie anche alla riscoperta dell’arte classica e al nuovo interesse per l’osservazione del mondo reale, raffigurarono la scena della Natività in modo più “umano”, intimo e spiritualmente profondo.
Essa non fu solamente uno strumento di catechesi, ma anche un mezzo per celebrare l’armonia del mondo e la bellezza del creato.

Rinascimento – Sandro Botticelli
Gli artisti rinascimentali, come Piero della Francesca, Sandro Botticelli, il Correggio, Beato Angelico, Duccio di Boninsegna e il Ghirlandaio, distaccandosi dalle rappresentazioni medioevali più rigide e simboliche, reinterpretarono questo avvenimento con delle prospettive lineari, con dei chiaroscuri e con delle composizioni simmetriche. Nei loro dipinti emerse pure un maggior naturalismo.
Maria fu rappresentata come una giovane madre amorevole. Anche la figura di Giuseppe venne maggiormente valorizzata.
L’ambiente diventò più realistico, spesso ispirato a paesaggi umbri o toscani. Gli angeli e pastori partecipavano all’evento con canti e con molta emozione. Le scene della Natività venivano ambientate in paesaggi naturali, stalle in rovina (simbolo della fine del paganesimo), o in architetture classiche. L’ambientazione diventava un elemento narrativo decisamente fondamentale.
L’uso della prospettiva centrale e aerea permetteva di creare un senso di profondità, invitando l’osservatore ad entrare nella scena.

P. Paul Rubens
Durante il periodo BAROCCO (XVII-XVIII secolo) gli artisti raffigurarono la Natività in modo drammatico, emotivo, realistico e spesso teatrale, in linea con i principi dell’arte secentesca che puntava a coinvolgere emotivamente lo spettatore e ad esaltare il senso del divino attraverso il chiarore, il movimento e il pathos.
La luce era spesso usata in modo simbolico; illuminava il Bambino Gesù come fonte divina, mentre il resto della scena rimaneva in penombra.
Si otteneva così un effetto teatrale che guidava lo sguardo verso Gesù e che ispirava un’atmosfera di mistero e sacralità. Le persone erano rappresentate realisticamente e spesso assomigliavano alla gente comune. Maria, Giuseppe e i pastori erano rappresentati con emozioni autentiche, in un contesto spesso umile e quotidiano.
I principali artisti di questa corrente furono il Caravaggio, Guido Reni, Georges de La Tour, Peter Paul Rubens e Artemisia Gentileschi.
Il NEOCLASSICISMO (1750-1830) nacque come reazione all’eccesso emotivo del Barocco e si ispirava, invece, all’arte greco-romana e ai suoi ideali di ordine, razionalità e virtù.
Si esprimeva con composizioni equilibrate e simmetriche in un’atmosfera serena, calma, quasi atemporale. Le figure erano idealizzate con dei volti composti e corpi proporzionati.
Non c’era molta enfasi sul pathos o sul realismo quotidiano e spesso le ambientazioni erano classicheggianti (architetture, panneggi).
I principali artisti neoclassici (anche se la Natività non fu il loro soggetto principale) furono Anton Raphael Mengs e Jean Auguste Dominique Ingres.
Il ROMANTICISMO (circa 1800–1850) si sviluppò in opposizione al razionalismo neoclassico. Il romanticismo esaltava l’emozione, il mistero, il sublime, il sentimento religioso. La spiritualità venne rappresentata in modo personale e profondo.
La scena si svolgeva in atmosfere intime, notturne o mistiche con grande coinvolgimento emotivo.
Veniva esaltata la gioia materna e la tenerezza. Le ambientazioni erano semplici, talvolta pastorali o ispirate alla natura. I maggiori artisti romantici che trattarono questo tema furono: Carlo Maratta – italiano, William Blake – Inghilterra e Carl Heinrich Bloch – Danimarca.

Romanticismo – Carlo Maratta
Le varie correnti dell’ARTE MODERNA – fine XIX e metà del XX secolo – (Impressionismo, Postimpressionismo, Espressionismo, Cubismo, Futurismo, Dadaismo, Surrealismo e Astrattismo) e dell’ARTE CONTEMPORANEA – dal secondo dopoguerra ad oggi – (Pop art, Minimalismo, Iperrealismo, Arte povera, Street Art e Neoespressionismo) cambiarono radicalmente la rappresentazione della Natività rispetto alla vecchia tradizione religiosa e classica.
Gli artisti moderni si allontanarono dai canoni iconografici del passato per reinterpretare il soggetto secondo stili, sensibilità e linguaggi propri dell’epoca.
I pittori iniziarono a rappresentare la nascita di Gesù in modi nuovi, spesso liberandosi dalla rigida simbologia religiosa e sviluppando linguaggi personali, simbolici, politici e astratti. Si assistete ad una nuova sperimentazione stilistica con molti artisti che spostarono il focus dal divino all’umano.
Le raffigurazioni si estrinsecarono con interpretazioni simboliche, astratte e sociali, spesso in ambientazioni attuali o con reinterpretazioni culturali (Natività africane, sudamericane, ecc.).
La Madonna non era più una Regina Celeste, ma una giovane madre stanca, il Bambino non emanava luce dorata ma appariva fragile e vulnerabile (ad esempio, Fritz von Uhde colloca la Sacra Famiglia in ambienti contadini tedeschi del XIX secolo, creando una Natività quotidiana).
Le grotte si trasformarono in periferie urbane, le stalle diventarono rifugi di fortuna, spesso con messaggi sociali o politici. (ad esempio, Maurice Denis dipinge la Natività in ambienti borghesi della Francia nel primo Novecento).
Artisti come Marc Chagall e Salvador Dalí reinterpretarono la Natività in chiave simbolica, mescolando sogno, memoria, mitologia e spiritualità. La scena diventò più mentale che narrativa.
La Natività nell’arte moderna non era più solo rappresentazione religiosa, ma diventò una metafora universale di pace, speranza, fragilità e rinascita. Gli artisti, usando mezzi diversi, rifletterono sul mistero dell’incarnazione e sul ruolo dell’uomo nel mondo attuale.

Surrealismo – Salvador Dalì
Da questa rapidissima sintesi si può facilmente evincere che la rappresentazione della Natività, nel corso dei secoli, è sempre rimasta un soggetto primario dell’arte occidentale, nonostante il modo in cui è stata rappresentata sia mutato profondamente.
Essa è riuscita ad attraversare i secoli perché rappresenta una delle immagini più potenti e simboliche della tradizione cristiana. La sua longevità e diffusione non sono casuali; la scena della Natività racchiude significati teologici, culturali, sociali ed emotivi molto profondi. Era ed è una rappresentazione ricca di significati universali, religiosi e umani. Non è solo il racconto di un evento sacro, ma racchiude dentro di sé valori profondi come umiltà, speranza, amore e salvezza che riescono a parlare al cuore degli uomini in ogni posto e di ogni epoca.

