‘LA FAMIGLIA BERTI di MEZZOLOMBARDO e MEZZOCORONA’
Dagli illustri antenati ai loro illustri successori, conservando l’antico emblema di famiglia
La famiglia Berti, diffusasi dal ‘500 al ‘700 in piana Rotaliana, parimenti ad altre di cui si è parlato precedentemente, possiede antiche e nobili radici nella terra d’Anaunia e parentele con le maggiori stirpi nobiliari trentine. Il cognome tradisce anche qui, come spesso accade, la forma patronimica, quindi derivata da un illustre avo, in questo caso di nome Alberto (nel Medioevo anche ‘Adalpreto’), abbreviato poi in ‘Berto’.
Il nome è frequente nelle antiche pergamene trentine, ma in questo caso il riferimento preciso può essere ad un ‘Alberto’, vissuto a Denno a cavallo tra fine del ‘300 e primi del ‘400, che appartenne all’illustre famiglia degli antichi signori De Enno e, per inciso, diede anche origine ad altri rami con cognomi tra l’altro simili a ‘Berti’, quali gli ‘Alberti d’Enno’, un ramo dei quali prese dimora a Pergine durante il ‘500, divenuti poi conti nel ‘700 e che diedero due principi vescovi alla Chiesa Tridentina, oppure i ‘Gentili’, dal soprannome dello stesso capostipite Alberto, che era proprio ‘Zentil’, questi ultimi trasferiti a Sanzeno, ove costruirono il noto e sontuoso palazzo, ancor oggi in bella vista sulla piazza principale del paese, accanto alla strada per Romeno e Fondo.
O ancora i Riccardini, in realtà ramo femminile, estinto in un Riccardino di Tavon, da cui il cognome, che anche divennero poi baroni, trasferiti a Egna e in Alto Adige. I Berti propriamente detti, invece, come già documentato agli inizi del ‘900 dagli storici Inama e Ausserer, si trasferirono a Mezzolombardo, con due personaggi distinti: 1) Antonio, pronipote del primo Alberto, quindi figlio di ‘Berto’ e nipote di un altro Antonio e detto anche lui ‘Zentil’, in un estimo rurale del 1540-42, ma documentato già tra 1502 e 1509 e la cui discendenza poi si estinse presto. 2) Nicolò, presente anche lui nel capoluogo rotaliano dal 1509, questi dunque cugino di secondo grado dell’Antonio visto sopra, ossia figlio e nipote di Federico e di altro Federico, quest’ultimo figlio quindi del primo Alberto ‘Zentil’.
Infatti, risulta da una pergamena del 1596 a Mezzolombardo un unico “Antonio del fu ‘Berto’ o ‘Bartolomeo’ Berti”, quindi non del ramo dei ‘Zentil’, ormai estinto. Il primo Alberto, capostipite di fine ‘300, fu quindi discendente di quel Giacomo di Oluradino, che dovette cedere assieme ai fratelli al Principe Vescovo svariate proprietà private e riceverle poi in feudo (condizione quindi più limitante e sfavorevole), per ammendare l’uccisione di due conti d’Appiano nel 1218, per ragioni di lotte politiche dell’epoca. Dei due rimanenti fratelli poi, il più noto fu Ropreto, in quanto capostipite della famosa e poi presto estinta famiglia dei Madruzzo.
Ritornando al ramo dei Berti di Mezzolombardo, quindi, i discendenti di Nicolò proseguirono con Berto e poi con Antonio e si arrivò al ‘600, con un certo benessere ed agiatezza della famiglia, trovando nominati in una riunione della Regola del 1617, un ‘messer Francesco Berto’, ‘Gervaso Berto e fratelli’ e ‘Alberto delli Berti’, dunque con forme di cognome ancora leggermente diverse, ma sempre della stessa famiglia e anche qui comunque nessuno detto ‘Zentil’, per estinzione di quel ramo.

La famiglia, da questo momento in poi, iniziò ulteriore ‘ascesa sociale’ e lo apprendiamo da fonti concrete: nel 1721 morì Giovanni Antonio De Bertis e fu sepolto nella chiesa cimiteriale di San Pietro a Mezzolombardo. Sulla sua lastra tombale, oltre a riportare al centro lo stemma, viene posta una scritta su cartiglio decorato, che ci informa come questo personaggio fu ‘cubicularius’, cioè cameriere, maggiordomo, ovvero consigliere dal 1670 al 1673 della regina di Polonia Eleonora Maria Giuseppina, figlia dell’imperatore Ferdinando III d’Asburgo che, data la sua origine, si portò appunto in quegli anni nella lontana terra polacca il suddito ‘Berti’, come fido servitore.
Lo stemma è diviso in quattro campi e riporta, oltre ad una fascia centrale, con elementi antichi (le bande dei signori di Denno) e un albero, elemento parlante, in quanto termine simile per la sua radice ad ‘Alberti’, cognome originario della famiglia, anche due personaggi con una fronda in mano e tre teste di leone, pure uno dei probabili elementi antichi in uso alla famiglia. Altro personaggio notevole fu poi il prelato Giacomo Berti, del quale si conosce un pregevole ritratto, che nacque all’incirca nel 1630, fu dottore in teologia, consigliere ecclesiastico della diocesi di Chiemsee, poi decano e vicario parrocchiale a Salisburgo, per 45 anni (1658-1702).

Dal 1671 fu anche nominato preposito di una nota ‘cappella di sant’Antonio’, che nel 1674 dotò con un altare mariano e lì fu sepolto. Egli presenta sia uno stemma semplice, in un sigillo del 1684, ove compare un personaggio con un fiore e la banda dei signori di Denno, che, come sul ritratto, lo stemma uguale a quello su lastra tombale di Mezzolombardo, segno che nel frattempo ci fu un miglioramento.
Questo ci dà occasione di accennare anche al ramo che per breve tempo fu nella vicina Mezzocorona, in quanto ebbe stemma del tutto simile a quello dei precedenti, solo con le teste di leone di profilo, alcuni colori un po’ diversi e al posto dell’albero sulla fascia un trifoglio dorato, potendo aggiungere al cognome anche il ‘predicato’ tedesco di ‘Mirchenfeld’.

Infine, un Giuseppe Cristoforo Berti porta nel 1770 uno stemma leggermente diverso, che alterna allo stemma antico con la banda, due aquile; un Emmanuele Berti, invece, figura a Trento e, in una lettera allo zio Antonio Mazzetti, celebre giurista, sigilla nel 1822 con uno stemma ancora diverso, ove si nota un braccio tenente un mazzolino di fiori ed erbe, quindi solo una parte del complesso stemma dei rami di Mezzolombardo e Mezzocorona.
Per curiosità, ai primi ‘900 il noto storico tirolese Carl Ausserer osservò sulla tomba ‘Bet Bagatin’, a fianco di quella Berti, quasi lo stesso stemma: verrebbe da chiedersi se anche quella famiglia sia un ramo dei Berti stessi, dato che spesso figura come nobile nei documenti.

