LA SALITA AL CALVARIO DEL SANTUARIO DI SAN ROMEDIO

LA SALITA AL CALVARIO DEL SANTUARIO DI SAN ROMEDIO

Il pellegrinaggio religioso tra la fine del XV e il XVII sec. ebbe una grande diffusione sulle alture delle nostre regioni. L’avanzata dell’impero Ottomano aveva reso l’accesso alla Terra Santa estremamente costoso e pericoloso. La Chiesa perciò decise di ricreare i luoghi sacri di Gerusalemme, in particolare il Calvario, direttamente sulle montagne vicine. Nascono così i Sacri Monti in Piemonte e in Lombardia e non solo, basta ricordare la Via Dolorosa sul colle del Virgolo sopra l’abitato di Bolzano.

Queste sette cappelle sono distribuite lungo il ripido cammino che porta alla cima. Il progetto fu eseguito da due noti architetti bolzanini dell’epoca: Pietro e Andrea Dellai. Costruite nel 1689 sono animate da statue a grandezza naturale che illustrano i misteri dolorosi e furono scolpite da Georg Mayr di Fié.

Anche una lunga scala in pietra si può trasformare da strumento funzionale in simbolo di ascesa. Salire la ripida guglia del Santuario di San Romedio incontrando le sette cappelle della Via Dolorosa è stata una soluzione originale ma altrettanto efficace per ricordare il sacrificio di Cristo, la salita al Monte Calvario voluta dal priore Pietro Tecini.

Il Tecini (1652-1739), originario di Sarnonico, fu a San Romedio dal 1697 al 1738. Questo sacerdote, dottore in teologia, era in ottimi rapporti con la potente famiglia Thun che con bolla papale del 6 giugno 1514 aveva ricevuto il giuspatronato del santuario da Leone X. Fu anche cappellano di Giovanni Ernesto Thun arcivescovo di Salisburgo, lo stesso che fece costruire l’altare barocco di legno policromo della Chiesa Maggiore nel 1715, come si legge sulla scritta sul fianco sinistro dell’altare stesso.

Tutto questo permise al priore di inserire felicemente il proprio progetto nel fervore costruttivo che investì il santuario nel ‘700.

I lavori per una nuova scalinata iniziarono nei 1705, questa era necessaria per disporre in modo ordinato e seguente le sette cappelle delle Via Dolorosa secondo le prescrizioni della Chiesa. Dobbiamo pensare la scala in rapporto diretto con la selvaggia natura del paesaggio circostante prima della costruzione degli edifici residenziali che nel corso del settecento hanno definitivamente alterato l’aspetto del luogo.

Le sette cappelle che furono pensate come un percorso aperto e in diretto contatto con i pellegrini che cercavano la redenzione salendo idealmente e fisicamente il percorso di Cristo, appaiono oggi completamente modificate rispetto all’idea originale. Il visitatore odierno le trova protette da grate.

Non era così nel XVIII sec., gli storici studiando i registri contabili hanno scoperto che alla fine del 1720 un poco noto intagliatore Stephan Pernstich era stato chiamato per restaurare le statue delle sette cappelle danneggiate dai devoti che passando vicinissimi le avevano danneggiate. I gesti duri verso Cristo, le fisionomie e le espressioni poco benevole dei torturatori provocavano nei pellegrini dei gesti aggressivi verso le statue.

La Via Crucis oggi prende il via nella cappella dell’Addolorata, ex voto dei reduci della guerra 15-18, benedetta nell’ottobre 1923. All’interno si trova una nicchia con un gruppo ligneo di Gesù che benedice la Madre piangente per il distacco. Continuando si sale la lunga scalinata costruita nel 1864 e si raggiunge il gruppo dell’ “Orazione nell’orto degli ulivi” con Gesù in preghiera, gli apostoli addormentati e la figura di Giuda con il sacchetto delle trenta monete. Si giunge poi nel punto in cui la scala cambia direzione.

La “Condanna a morte” con la figura di Caifa che si strappa le vesti, è collocata su un palchetto che sovrasta lo spazio vuoto della cappella originaria sottostante. La “Flagellazione” la troviamo posta sulla destra della scala che fu nuovamente modificata dal priore Giovanni Battista Marcolla nel 1741. Questi stessi lavori hanno creato lo spazio per la successiva stazione: “Salita al Calvario” che si trova presso la porta della chiesa di S. Michele. Dopo questo piccolo atrio incontriamo la cappella di “Gesù caricato della croce aiutato dal Cireneo”.

In cima alla scala è stato collocato il grande Crocifisso appeso sulla parete di fondo. Nella chiesa Maggiore, di fronte all’ingresso, sotto la finestra semicircolare, una nicchia a livello del pavimento contiene il corpo morto di Cristo, la “Deposizione”. La “Resurrezione” è rappresentata nella volta della chiesa. Anche le pareti di questa chiesa sono adornate di affreschi, troviamo l’Annunciazione e l’Assunzione di Maria e una serie di figure di apostoli. Tutto il ciclo risale al 1612 ma fu completamente ridipinto nel 1706 da Vittorio Emer di Dermulo.

I critici hanno attribuito tutte le statue lignee della Via Dolorosa a Vigilio Fortunato Prati nato a Cles (1671-1738) importante figura di scultore e intagliatore del legno nell’ambito del barocco trentino. Lo stile delle opere di S. Romedio appare in contrasto con gran parte della produzione artistica del Prati sicuramente espressa con un linguaggio più raffinato.

Gli studiosi interpretano l’uso di questo stile rustico e grossolano come una scelta precisa dell’artista, quasi si trattasse di un’espressione dialettale. Gli sgherri con i baffi alla turca hanno colpito generazioni di pellegrini tanto da far nascere il detto popolare “Brut come i giuderi de Sanromedi”.

Questo progetto della Via Dolorosa presso il santuario romediano fu una assoluta novità in Trentino. La prima Via Crucis apparve solo nel 1717 presso la Madonna del Monte di Rovereto.

arch. Maria Candida Tuveri