IL MUSEO ETNOGRAFICO DELLA CULTURA CONTADINA D’ANAUNIA A COREDO

IL MUSEO ETNOGRAFICO DELLA CULTURA CONTADINA D’ANAUNIA A COREDO

Il nostro viaggio alla ricerca delle realtà museali grandi e piccole delle valli del Noce oggi ci porta a Coredo, uno dei paesi più popolosi del comune di Predaia, con un bel centro storico ricco di eleganti edifici rurali tra i quali spicca la magnifica casa Marta in cui trova sede il museo etnografico della cultura contadina d’Anaunia. All’ingresso mi accoglie Ivana Rizzardi una dei fondatori del museo assieme al compianto Dario Widmann, che da anni si occupa con passione e grande impegno alla cura delle raccolte; impegno profuso con particolare attenzione ed affetto visto che questa casa un tempo apparteneva alla sua famiglia e qui ci è nata.

L’atmosfera che si coglie entrando nel museo fa trasparire immediatamente l’impressione di grande ricchezza. Centinaia di oggetti della tradizione Anaune, collocati con ordine a seconda dell’attività cui erano dedicati, formano un’immagine complessa, dominata dalle tinte calde del legno e dal nero del ferro, che da sola fa capire il valore del passato che essa racconta.

Entrando nel dettaglio, accompagnato dalla fluente loquacità di Ivana, mi soffermo nei vari ambienti muovendomi lentamente osservando tutto con attenzione perché ognuno di quegli oggetti evoca un momento di vita passata fatto di rumori, odori, voci ed emozioni che riaccendono la memoria di un’epoca in cui le giornate erano interamente assorbite da bisogni e doveri manuali, oggi azzerati dalla modernità.

Di tutto ciò nel museo coredano sembra non manchi nulla: osservo con sorpresa i reperti stampati di cartellonistica educativa per le scuole o di riviste di epoca austro ungarica in lingua italiana improntate ad una specie di blanda propaganda del buon comportamento che testimoniano con la loro qualità quale fosse l’attenzione dell’Impero anche nella terra in cui viveva la minoranza italiana.

Molto interessante su questo argomento è una raccolta di magnifici cartelloni per la scuola in canapino raffiguranti gli argomenti più vari di geografia e scienze ed anche di educazione civica fra i quali spicca un cartellone sui danni provocati dal consumo di alcol il cui linguaggio è chiaramente improntato a infondere timore.

Il museo è diviso in diverse sezioni monotematiche ordinate secondo le attività o gli ambienti della casa. Una caratteristica interessante all’interno delle sezioni è l’esposizione di più esemplari dello stesso oggetto i quali, essendo di origine artigianale, sono stati fatti da mani diverse e quindi sono di fatto uno diverso dall’altro ed è interessante vedere quali soluzioni sono state adottate dai vari costruttori a seconda della loro capacità e dei materiali a disposizione.

Ciò mette in luce un aspetto antropologico importante e molto spesso trascurato quando si parla di quel passato che ha resistito dall’antichità fino all’epoca della rivoluzione industriale ottocentesca o anche più tardi se si parla di zone rurali territorialmente periferiche come le valli alpine dove il fenomeno della meccanizzazione dell’agricoltura e della vita in genere ha preso concretamente piede ben dopo la seconda guerra mondiale.

Prima dell’arrivo della tecnologia moderna tutti i compendi indispensabili a facilitare il lavoro, la conduzione e la costruzione della casa e molte altre cose, erano deputati ad artigiani o prodotti in casa e ciò senza la presenza degli intermediari progettisti e specialisti oggigiorno così necessari. Tutto ciò era reso possibile dalla conoscenza universalmente diffusa del come le cose dovevano essere realizzate e da una coscienza della proporzione trasmessa e plasmata dalla tradizione di decine di secoli.

Tutti gli oggetti esposti nel museo di Coredo fanno parte di questa categoria di elementi la cui origine scompare in un passato molto remoto ed in un tempo che ha contribuito con estrema lentezza a limare dettagli la cui tecnica di realizzazione è passata di padre in figlio per giungere fino a quell’epoca in cui questa conoscenza si è schiantata contro il prodotto dell’industria che con la sua dirompente forza l’ha letteralmente cancellata.

Qui riusciamo a comprendere il significato profondo di questa realtà museale che non può essere considerata una semplice esposizione di cose vecchie ma una ben più importante testimonianza del bagaglio di conoscenze, di cui ognuno dei nostri predecessori era in possesso, purtroppo disperse a causa dei grandi cambiamenti sociali ed economici che hanno provveduto a trasformare le economie agricole di sostanziale autosufficienza in mercati creando un sistema dipendente che, se da una parte migliora la qualità della vita, dall’altra trasforma l’uomo in consumatore passivo privandolo dell’autonomia decisionale e della capacità creativa rendendolo dipendente da un sistema industriale standardizzato. E ciò fa pensare…

Nella casa Marta non c’ è solo il museo etnografico ma ai piani superiori troviamo altre esposizioni quali l’interessante museo dei costumi popolari e folcloristici dal mondo in cui si possono conoscere più a fondo le diverse culture e usanze dei popoli della terra.

In un’altra stanza si trova una esposizione dedicata al pioniere dell’aviazione Guido Moncher che costruì il primo elicoplano italiano e prese parte, insieme ai più celebri aviatori dell’epoca, al “Circuito Aereo di Brescia”, una delle prime competizioni aeree internazionali al mondo, che si tenne nel settembre 1909 a Montichiari. Il nostro giornale gli ha dedicato un articolo nell’aprile del 2025.

Da fine luglio 2026 a Casa Marta, Coredo, ci sarà l’interessante mostra: Raìs Con-fuse di Michael dall’Agnol. Un progetto di fotografia ibrida, un approccio multidisciplinare in cui la fotografia tradizionale “esce” dai propri confini per contaminarsi con altri media, strumenti o processi.

Tra il battito della natura e il respiro artificiale dell’uomo si apre una soglia liminale dove ogni confine sfuma. Attraverso le storie di tre donne della Val di Non, la mostra indaga la tensione tra il desiderio di libera appartenenza alla natura e la pulsione al dominio, svelando una natura che ci accoglie, ci modella e, infine, ci reclama. Siamo ancora semplici spettatori? O protagonisti di questo mutamento?

Il museo è aperto il venerdì, sabato e domenica dalle 10 alle 12 e dalle 15 alle 19.

Dopo il 30 giugno tutti i giorni con lo stesso orario.

arch. Alberto Dalpiaz