‘LA FAMIGLIA BORGHESI DI MECHEL E CLES’

‘LA FAMIGLIA BORGHESI DI MECHEL E CLES’

Un’antica famiglia d’Anaunia, con uno stemma singolare

Il cognome Borghesi è relativo ad una stirpe autenticamente anaune e ancor più clesiana, seppur le radici profonde siano nel vicino paese di Mechel. Si tratta di un patronimico, derivato dal raro nome medioevale ‘Borghesio’ o ‘Burgesio’, che letteralmente significa ‘cittadino’, ‘uomo della città’, ma che era in uso come nome proprio, specie tra i secoli XIII e XIV, anche in Trentino. In effetti, comunque, non sembrerebbe riscontrarsi altro cognome simile nel nostro territorio provinciale, proprio anche in forza della rarità del nome di derivazione, se non, a dire il vero, con l’altrettanto raro cognome Borga, tipico di Tuenno, ma di origine solandra, per cui la derivazione sarebbe da una certa ‘dona Borga’, evidentemente la versione femminile ed accorciata dello stesso ‘Borghesio’ visto prima. Il problema principale che si pone è individuare il più antico capostipite, almeno quello che diede il cognome alla famiglia, e tale fatto come vedremo incise probabilmente anche sulla successiva concessione dello stemma. Nel caso specifico, potremo qui considerare alcune possibilità: un ‘Borghesio’, presente in documenti di Rallo della metà del ‘300, oppure addirittura un ‘Burgesio’, notaio vissuto nel 1290, figlio di un Giuliano dei signori di Egna (che potrebbe avere comune origine con i signori di Denno) e la cui sorella andò sposa a uno dei primi signori di Tuenno, di nome Omnibono, anche famiglia di notai antichissima e potente. E poi, sempre a metà ‘300, ci fu persino un ‘Borgesio’ nel territorio di Arco, sempre di famiglia notarile, con il figlio Giacomo, che si trasferì prima a Trento, ottenendo la cittadinanza e quindi a Cavalese. I documenti conservati non ci permettono tuttavia, di fare collegamenti diretti con uno di questi personaggi precedenti, ma sicuramente con un ‘Borgesio’ del XV secolo, tanto che la prima forma del cognome di famiglia fu proprio ‘Borgesi’, senza ‘h’ e così è attestato nelle prime investiture vescovili di piccoli feudi, diritti e terreni, nel paese di Mechel. Queste riguardano Simone Borghesi, durante il periodo di Cristoforo Madruzzo e Giovanni, invece, durante il successivo periodo di Lodovico Madruzzo.

La famiglia, quindi, conobbe un periodo di particolare fortuna, prima con la concessione, nel 1610, al notaio Borghesio Borghesi di Mechel di uno stemma trasmissibile, sempre da parte del vescovo Lodovico Madruzzo.

Di questo ramo fece parte il noto don Francesco nato nel 1723, che si laureò a Salisburgo nel 1748 in filosofia, con una tesi dedicata al barone Francesco Giorgio Firmian, che tra i vari titoli era signore proprio di Mechel. La sua fama maggiore sta però nell’aver collaborato a lungo con l’orologiaio Antonio Bartolomeo Bertolla, conosciuto quando era promissario a Rumo, realizzando così stupendi orologi astronomici, ancor oggi ricercatissimi dai collezionisti e uno dei quali fu presentato all’imperatrice Maria Teresa, che lo volle nelle sue collezioni, poi donato all’università di Innsbruck ed oggi allo ‘Smithsonian museum’ di Washington. Don Borghesi morì nel 1802 a Mechel e, assieme a Bertolla, gli è stata intitolata la sala principale della biblioteca di Cles.

Lo stemma è curioso anche perché, forse per una tradizione di famiglia ‘leggendaria’, ma non supportata da prove, reca nella parte inferiore un drago, emblema comune con una famiglia assai famosa e dal cognome similmente assonante: i principi Borghese di Roma, oriundi di Siena. Nel ‘600 fu importante però anche la successiva espansione nel borgo di Cles, anzitutto col notaio Antonio di Antonio, che opera nei primi due decenni del ‘600 e in una pergamena del 1612 è definito ancora ‘da Mechel’, ma anche ‘abitante e convicino di Cles’. Nel 1623 compare come regolano dell’intera comunità clesiana, col titolo di ‘dominus’.

Lui stesso, poi, nel 1612, aveva sottoscritto degli atti di cessione e compravendita, rattificati dai regolani delle frazioni di Cles, di determinati diritti di pascolo, legname ed altro, a un certo ‘Nicolodi da Mechel’, da parte proprio di quel Giovanni Borghesi visto prima, erede di Simone, entrambe destinatari delle investiture dei vescovi Madruzzo. Sempre di questo ramo fu don Giacomo, che, dapprima pievano a Terlano, nel 1687 fondò un beneficio sulla propria casa paterna, occupata oggi dall’edificio del vecchio ‘Hotel Chiesa’ e poi ‘Grand Hotel’ in piazza Granda, fondando una cappella, ultimata nel 1690, dedicata alla Madonna delle Grazie e consacrata l’anno successivo; subì poi rifacimenti, anche se è ancora presente l’antico altare dello scultore Prati, con all’interno una statua della vergine col Bambino, in loco dell’antica pala, raffigurante sempre la madonna con bambino e due santi, oggi appoggiata superiormente e recante alla base proprio lo stemma Borghesi.

Il soffitto è con volte a crociera e alle pareti una via Crucis e un ciclo di affreschi del ‘900 di Carlo Bonacina, con immagini mariane e una con la concessione del ‘privilegio clesiano’ da parte del cardinal Bernardo, che elevava il paese al rango di ‘Borgo’ e quindi implicitamente a capoluogo della valle.

Il beneficio prevedeva quindi di erigere la cappella, dedicandola a S. Maria delle Grazie e agli apostoli Giovanni e Giacomo; vincolava, per le rendite del sacerdote ivi preposto, campi nelle località ‘sora Prà’, ‘in Coza’, ‘a Ronco’, ‘a Ces’ e un vigneto a Dres. Sanciva che l’Ordinariato di Trento si occupasse dell’organizzazione del culto, mentre il beneficiato doveva essere scelto tra i discendenti maschi della nipote di don Borghesi (figlia del fratello), o in mancanza di questi o dei cugini (figli degli zii paterni), scelti nell’ordine tra le famiglie parenti di Alberto Tavonati (cugino per parte di madre), di Ferdinando Concini (avo materno), di Giovanni Andrea Maffei; oppure, in ultimo l’amministrazione temporale sarebbe passata all’arciprete di Cles, scegliendo il sacerdote beneficiato tra i preti oriundi della borgata.

Paolo Turri