Un noneso insigne: mons. Celestino Endrici, l’ultimo principe vescovo (*) 

Un noneso insigne: mons. Celestino Endrici, l’ultimo principe vescovo (*) 

Tra l’Impero Austroungarico e il Regno d’Italia

Il Principe Vescovo di Trento, mons. Celestino Endrici, chiuse gli occhi per sempre quando era da poco passata la mezzanotte di un giorno funesto per l’Italia.  

Il 28 ottobre 1940, in una giornata di pioggia e di freddo, 18° anniversario della Marcia su Roma, il Duce aveva deciso di “spezzare le reni alla Grecia”. Mentre in Trentino si apprendeva della morte di mons. Endrici avvenuta nella notte, il bollettino N. 144 annunciava: “All’alba di ieri le nostre truppe dislocate in Albania hanno varcato la frontiera greca e penetrate in vari punti nel territorio nemico: l’avanzata prosegue”. 

Celestino Endrici era nato a Don il 14 marzo 1866. poco prima della guerra italiana contro l’Austria1. A 13 anni entrò nel Collegio Vescovile di Trento per frequentare la terza ginnasio. Nel 1885, finiti gli studi liceali, fu mandato a Roma presso l’Università Gregoriana, dove si laureò in filosofia.  

II 20 ottobre 1891 venne ordinato sacerdote. Nel 1892 ottenne la laurea in teologia e nel medesimo anno fu cooperatore a Cles e poi (1893) a Trento, in Santa Maria Maggiore.  

Nel 1896 ricevette l’incarico di insegnare teologia morale in Seminario: curava pure l’Associazione Universitaria Cattolica Trentina dove conobbe anche Alcide Degasperi.  

II 31 gennaio 1904, dopo la morte del Vescovo di Trento Eugenio Carlo Valussi, l’imperatore Francesco Giuseppe lo designò alla successione e il 16 febbraio il Papa Pio X ne confermò la nomina.  

Endrici fu consacrato vescovo a Roma il 13 marzo 1904 ed il 19 marzo successivo fece il suo ingresso in diocesi. 

Fra il 1904 ed il 1916 il presule diresse con polso la sua diocesi, seguendo le orme degli immediati predecessori. e favorendo l’azione cattolica in campo sociale. Dal 1916 al 1918 gli fu impedito di svolgere il suo ministero dalle autorità austriache: mantenne tuttavia contatto epistolare sia con la S. Sede che con la diocesi trentina. Fra il 1918 ed il 1926 operò costantemente per la ricostruzione materiale e morale della sua gente, provata dalla prima guerra mondiale.  

Negli anni che corrono dal 1926 al 1940 la vita riservò a mons. Endrici prove molto dure: il regime fascista, un grave attacco di cuore (tanto che la S. Sede gli volle affiancare un coadiutore con diritto di successione, mons. Enrico Montalbetti, nominato poi arcivescovo di Reggio Calabria). Gli fu concesso come ausiliare mons. Oreste Rauzi (dal 21 giugno 1939).  

La morte segui l’anno dopo, il 29 ottobre 1940.  

II funerale di mons. Endrici fu presieduto dal patriarca di Venezia cardinal Adeodato G. Piazza, assistito da sette vescovi (cfr. Armando Costa, I vescovi di Trento, Notizie – Profili, Grafiche Istituto Artigianelli, Trento 1977).

La Grande guerra  

È noto come, durante la prima guerra mondiale, le autorità austriache chiedessero inutilmente al vescovo Endrici “un’enunciazione politica contro l’Italia” che era entrata nel conflitto nel 1915, a fianco dell’Intesa, tradendo l’alleanza con gli Imperi Centrali.  

II Ministro imperialregio del Culto fece capire che il governo non aveva ormai più fiducia nel vescovo di Trento, tanto che il 14 maggio 1916 mons. Endrici scriveva al Papa: “II pregiudizio aveva già preso piede”. Ormai le cose, a quella data, erano precipitate: il vescovo, costretto da giorni agli arresti domiciliari nella villa di S. Nicolò oltre l’Adige, il 9 maggio era stato trasferito a Vienna, quale “ospite” del cardinal F. G. Piffl; il 18 giugno seguente venne confinato, e vi rimase fino al termine della guerra, nell’abbazia di Heiligenkreuz, a pochi chilometri dalla capitale danubiana. 

Venuto a conoscenza di quell’esilio forzato, il pro-nunzio apostolico a Vienna card. R. Scapinelli, su indicazione del card. Gasparri Segretario di Stato della S. Sede, prese energicamente le difese dell’Endrici. Ma il ministro competente, Hussarek, ignorando le richieste vaticane, sollecitò le dimissioni del vescovo di Trento.

Accompagnavano tale suggerimento il blocco delle attività del Seminario trentino e la sospensione del contributo finanziario che il governo versava ai chierici. Mons. Endrici però non cedette, in quanto non poteva sottostare alla politica “per cui il vescovo era considerato come un servo del suo sovrano ed un funzionario del governo” (Celestino Endrici (1866-1940) Vescovo di Trento Atti del Convegno Trento, 23 maggio 1991, Centro di Cultura “A. Rosmini” – Trento, Tipolitografia Dalpiaz, Trento 1992, pag. 80). 

Le vicende, ben conosciute dagli studiosi, sono ricordate con molti particolari inediti nel “Diario” del barone Carlo Monti, incaricato d’affari del Governo italiano presso la S. Sede fra il 1914 e il 1922 (il testo e pubblicato in: Antonio Scotta, La Conciliazione, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 1997, 2 voll.). 

Durante un colloquio del Monti con il Segretario di Stato card. Gaspari il discorso venne portato sulla situazione del vescovo di Trento: “Sabato 16 giugno 1917… Sui giornali e comparsa la notizia l’Austria avrebbe chiesto la destituzione di mons. Endrici. principe vescovo di Trento. Chiedo a sua eminenza quanto vi sia di vero nella notizia ed il cardinale mi risponde che essa è infondata. governo austriaco lo ha bensì allontanato da Trento, ritenendolo ad esso contrario, e lo ha confinato in un castello presso Vienna del quale non ricorda il nome. II vescovo ha presentato una memoria giustificativa sul proprio operato, la quale non ha cambiato lo stato delle cose; la Santa Sede lo difende e non acconsentirebbe alla sua destituzione, la quale, d’altronde è parsa fuori luogo e none stata domandata. L’Austria ha bensì chiesto che si nomini nella diocesi un secondo vicario generale di lingua tedesca e cosi ve ne sarebbero due, uno per i tedeschi e l’altro per gli italiani. Mons. Endrici osserva che il vicario in carica sa sia l’italiano che il tedesco; ma non sembra pertanto che sa necessaria la nomina chiesta, e la Santa Sede cerca di tirare in lungo, nella speranza che, finita la guerra, le cose possano avere una diversa e più conveniente sistemazione, magari con la creazione di una nuova diocesi” (op. cit. Vol. II. Pag. 116).

Il regno d’Italia 

Dal Diario del barone Monti sembra che l’Austria, almeno in via ufficiale, non abbia domandato presso il Vaticano le dimissioni del vescovo di Trento. Esse però erano state chieste, tramite il card. Piffl, in una lettera al Papa datata 28 gennaio 1918; l’arcivescovo di Vienna faceva conoscere il desiderio dell’imperatore Carlo I: “Il vescovo (Endrici) dovrebbe fare un sacrificio personale per il bene effettivo della Chiesa e rassegnare le dimissioni” (in: Celestino Endrici…, pag. 87). 

Appena finita la guerra, dopo il ritorno a Trento, invitato a Roma, mons. Celestino Endrici è ricevuto a colloquio dal Presidente del Consiglio Vittorio  

Emanuele Orlando. Cosi narra “Diario” del Monti: “19 dicembre 1918 mercoledì … Dopo quasi due mesi che non ero più stato dal presidente… ho avuto oggi un colloquio con lui. Mentre attendevo di essere chiamato, è giunto il principe vescovo di Trento, mons. Celestino Endrici, che doveva essere ricevuto dal presidente… mi sono presentato a lui ed abbiamo fissato per stasera alle 6 un convegno all’albergo Minerva, dove è alloggiato. È un bell’uomo, alto, coi capelli leggermente brizzolati ed ancora giovane, non ha che 52 anni ed è vescovo di Trento da circa 15 anni: ha la fisionomia aperta ed intelligente e da tutta la sua persona emana un’espressione di forza e risolutezza singolari, accompagnati da distinzione e signorilità di modi, sebbene, da quanto ho appreso, di modeste origini.

La nostra conversazione si aggira sulle vicende da lui passate in Austria, durante la guerra e la segregazione impostagli dal governo austriaco, prima nella sua villa di S. Nicolò poco lontano da Trento, poi sulla sua deportazione presso Vienna, nel palazzo del cardinal arcivescovo Piffl e poi in un convento poco distante da Vienna. Ma la nostra conversazione è interrotta perché monsignore è stato introdotto dal presidente, col quale si intrattiene in colloquio per circa tre quarti d’ora. Quando esce, ci salutiamo e dopo aver confermato il ritrovo per la sera, entro a mia volta dal presidente… Si parla di mons. Endrici e della buona impressione che gli ha fatto… (Il presidente del consiglio) mi dice di aver assicurato a mons.

Endrici che in materia ecclesiastica si lasceranno nei paesi acquisiti le cose come stanno e d’averlo autorizzato a far una di queste sue dichiarazioni… Rispondo a sua eccellenza che siffatto suo proposito è assai saggio, perché provvedimenti odiosi che toccassero il clero, ne alienerebbero l’animo ed avrebbero una pessima ripercussione in quei paesi” (op. cit, Vol. II, pagg. 409-411). 

L’incontro fra Monti e il vescovo di Trento avviene come fissato: “Stasera alle 6 sono stato da mons. Endrici, col quale ho avuto una conversazione di circa un’ora. Mi dice che sua eccellenza Orlando lo ha assicurato che nulla sarà toccato per quanto riguarda il regime ecclesiastico nelle province annesse e che lo ha autorizzato a valersi di queste dichiarazioni. Monsignore mi riferisce che il presidente, parlando dei rapporti ufficiosi esistenti con la Santa Sede, gli ha detto esser io il fiduciario del governo, facendo nel tempo stesso, molti elogi dell’opera mia; avendo poi monsignore rilevato la convenienza di rendere ufficiali questi rapporti ufficiosi. ii presidente rispose: “Speriamo che si possa fare” … Lo informo. con sua sorpresa, delle ragioni che hanno dato origine alla mia intimità col pontefice”.  (NdR: Monti, bresciano, è un antico compagno di scuola del nobile genovese Giacomo Della Chiesa, il futuro papa Benedetto XV). 

Dopo avermi dato notizia sulle condizioni del clero parrocchiale nel Trentino, che è regolato da leggi presso a poco uguali, ed avermi promesso di mandarmi una nota dei parroci sussidiati dal fondo di religione in Austria e della misura del sussidio, ci separiamo… Venerdì 20 dicembre 1919, Sua eccellenza Pasqualino Vassallo, vicesegretario di stato alla giustizia, mi ha telefonato di sperar che mons. Endrici avrebbe, nelle sue visite, non dimenticato quella al ministro di grazia e giustizia, come quello col quale sarà destinato ad avere rapporti futuri.

Ho capito il latino (ndr.: in corsivo nel testo) ed ho risposto constarmi che una visita al guardasigilli era nel programma del vescovo e che se ancora non l’aveva fatta, doveva forse attribuirsi all’indisposizione del ministro onorevole Sacchi. Ho subito telefonato all’albergo Minerva ed essendomi assicurato che sua altezza non era ancora partito, ho subito mandato il mio segretario, Possente, per far presente a mons. Endrici la opportunità di fare questa visita, che è stata combinata di buon grado, per parte del vescovo, per le ore 5 e mezza del pomeriggio d’oggi. Alle 4 e mezza poi sono stato da monsignore, per metterlo al corrente affinché sapesse come regolarsi e per informarlo sul convincimento politico del sottosegretario di stato, persona molto cortese e gentile, per quanto pezzo grosso della massoneria. “La visita infatti ha avuto luogo e ritengo con soddisfazione reciproca” (op. cit. vol. II, pagg. 411-414). 

Alcuni mesi più tardi, il 26 aprile 1919, il barone Monti appunta nel suo Diario: “è venuto a farmi visita stamani il vescovo di Trieste, mons. Karlin Andrea… Monsignore mi chiede quali siano i propositi del governo, per quanto riguarda il clero nelle province acquisite, ed io ripeto a lui quanto dissi agli altri e che Orlando disse a mons. Endrici” (op. cit., pag. 467).

Papa Benedetto XV 

Finita la guerra, dopo il ritorno a Trento, mons. Endrici aveva ottenuto un’udienza dal Papa Benedetto XV, che non apprezzava il comportamento intransigente del vescovo sulla questione nazionale (Endrici, come Degasperi, temeva il pangermanesimo che riteneva veicolo dell’eresia protestante; per questo motivo squisitamente religioso egli difendeva l’identità italiana del Trentino).  

II Papa amava sinceramente l’Italia, ma prima e più dell’Italia amava la Chiesa; quindi si sforzava “di liberare la vita e l’esperienza religiosa dagli inquinamenti derivanti da forme esaltate di patriottismo e peggio ancora di nazionalismo” (op. cit. vol. I, pag. 41).  

V’era quindi una certa difficoltà di comprensione fra i due, in parte sanata dal colloquio. Sull’udienza papale, il Monti annota: “Sabato 14 dicembre 1918… Sua santità mi dice di aver ricevuto in udienza stamattina mons. Endrici, vescovo di Trento, e afferma di averne avuto ottima impressione, sotto tutti i rapporti. II vescovo è d’opinione che non convenga all’Italia di andare fino al Brennero, da Bolzano in su la popolazione è tutta tedesca, colla quale l’Italia dovrebbe lottare per un irredentismo all’opposto; Bolzano può annettersi, ma non Merano, né Bressanone; ad ogni modo mons. Endrici insiste perché la sua diocesi sia divisa, tagliando da essa l’elemento tedesco: mons. Endrici poi raccomanda di trattare bene, di accattivarsi l’animo del clero trentino che è buono sotto tutti i rapporti ed il quale non deve essere costretto a dire “Si stava meglio quando si stava peggio”. Monsignore si propone di vedere Orlando (ndr. Presidente del Consiglio dall’ottobre 1915 al giugno 1919), Nitti (ndr. Ministro del Tesoro, poi Presidente del Consiglio dal giugno 1919 al giugno 1920) e Sacchi (ndr. Ministro di Grazia e Giustizia dal 1916 al 1919)” (op. cit., Vol. II, pagg. 407-408).

Durante una visita del barone Carlo Monti al card. Camassei, patriarca di Gerusalemme, avvenuta il 18 novembre 1919, un anno dalla fine della prima guerra mondiale, il discorso torna sulle terre da poco occupate dall’Italia. Da parte vaticana pare ci sia scarsa comprensione verso le preoccupazioni di mons. Endrici, al quale si da – a ragione o a torto – la colpa di aver reso difficili le relazioni fra parte italiana e parte tedesca della sua diocesi: “Comunico a sua eminenza il desiderio del governo che nulla si faccia per ora, in ordine a possibili modificazioni nelle circoscrizioni diocesane del Trentino; salvo a vedere dopo il da farsi.

Sua eminenza mi assicura che nulla si fare per ora. Parlando della questione, il cardinale mi conferma che il principe vescovo mons. Endrici vorrebbe si togliessero dalla sua diocesi i territori tedeschi; secondo sua eminenza, mons. Endrici, si sarebbe alienato le popolazioni di lingua tedesca per poca prudenza e mancanza di tatto; lo informo del pensiero del governo, che vorrebbe mantenere la diocesi unita, come quella che potrebbe facilitare l’amalgama delle due nazionalità, ciò che non avverrebbe facendo diocesi nazionali.

Dico che ho trasmesso alla segreteria di stato un memoriale, nel quale è esposto il punto di vista italiano. Sua eminenza dice che il memoriale é stato a lui trasmesso dalla segreteria di stato, ma afferma di essere un po’ perplesso, circa la soluzione del problema, ma che, ad ogni modo, esso sarà esaminato con cura. Mi dice essersi presentata a lui una commissione di notabili della parte austriaca del Tirolo annesso, la quale gli ha dichiarato che saranno sudditi obbedienti, ma che l’Italia non deve illudersi che l’elemento dei territori di lingua tedesca amino gli italiani.

Rispondo che questo sarà da vedersi in seguito: abbiamo in Italia dei francesi, dei tedeschi, degli sloveni, degli albanesi che si sono fusi ed amano (‘Italia” (op. cit., pag. 504). II barone Monti trasmette in quell’epoca (21 dicembre 1919) al Papa Benedetto XV il desiderio del governo italiano “che la diocesi di Trento sia tolta dalla dipendenza della metropolitana di Salisburgo, non essendo conveniente che una diocesi italiana dipenda da una tedesca.

Sua eccellenza Mortara (ndr.: israelita e massone, procuratore generale di Cassazione ed allora ministro guardasigilli) vorrebbe che Trento fosse decretata immediatamente soggetta alla Santa Sede; sua Santità dice che nulla si oppone e che si farà: mi autorizza a parlarne al cardinale De Lai (ndr.: vicentino, uno dei grandi oppositori del modernismo con Pio X)” (op. cit., pag. 518). Va detto che la questione fu affidata alla Congregazione Concistoriale, che la risolse nel senso voluto dal governo italiano.

La ‘nuova’ diocesi di Bressanone  

In quanto alla divisione della diocesi di Trento, che facesse coincidere la struttura ecclesiastica con i confini linguistici (in pratica la diocesi di Trento nella provincia di Trento., quella di Bolzano-Bressanone nella provincia di Bolzano), dovettero trascorrere molti anni. II 6 agosto 1964 la S. Sede decise la creazione della provincia ecclesiastica tridentina e la costituzione nel territorio dell’Alto Adige della diocesi di Bolzano-Bressanone. In pratica le due province di Trento e Bolzano ebbero lo stesso confine delle due diocesi.

Finiva in tal modo la secolare esperienza, sulla cui natura andrebbe fatto un ragionamento più approfondito, della fisionomia “feudale” dei Principati Vescovili di Trento e di Bressanone, che avevano compreso nei secoli entro i loro limiti statali culture e lingue diverse.  

1 La terza Guerra d’indipendenza 

(*) Da “Storia e storie nelle Valli del Noce” ed. dicembre 2001

Don Fortunato Turrini