Oro limpido dai monti (*) Energia … tema sempre più attuale!
La Val di Sole porta un nome che può trarre in inganno. Il Mariani, nel secolo XVII, prende un abbaglio – simpatico, ma sempre tale – affermando che la valle si chiama così “o perché fa il giro del Sole, o per esservi adorato il Sole anticamente”.
I due fatti sono comuni a tante altre zone. Perfino il Mattioli, medico di corte, poeta e naturalista del card. Bernardo Cles nel primo Cinquecento, nella sua carta geografica delle valli del Noce denomina “Phoebea” la Val di Sole, in quanto la ritiene dedicata a Febo, che altri non è se non il dio Sole (Apollo).
Diversa l’origine vera del nome. “Sole”, appellativo della valle, viene da un prelatino “Ulz” o “Sulz”, che è toponimo d’acqua. Esso fece in seguito tutt’uno fra valle e torrente “Nuz” o “Sulz”, che la percorre. Durante il periodo austriaco del Trentino i pangermanisti usarono il termine “Sulzberg”, che in fondo – pur tedeschizzato -, è il vecchio toponimo retico della valle. Non si può negare che la Val di Sole abbia un ottimo soleggiamento, data la sua direzione Est-Ovest; ciò nonostante, è soprattutto il regno delle acque. Il dominio è saldamente nelle mani del Noce (lungo complessivamente km. 79, 4 con un bacino imbrifero di circa 1370 kmq.). Il torrente si forma attraverso tre apporti principali:
– il Noce di Val del Monte (ad Ovest di Pejo), che nasce dal Corno dei Tre Signori, dove un tempo si incontravano i domini del Principe Vescovo di Trento, del Vescovo di Coira e dei dinasti lombardi;
– il Noce Bianco, che reca al corso d’acqua le derivazioni del Cevedale;
– la Vermigliana, che drena il ghiacciaio della Presanella.
Le tre sorgenti del Noce si trovano oltre i 2.500 metri d’altitudine. Dopo la confluenza della Vermigliana, presso Cusiano, il Noce inizia a cantare la sua robusta sinfonia e – a cominciare da Mezzana – diventa la palestra della canoa, del rafting e di chissà quali altre diavolerie acquatiche.
A mezza valle il torrente viene incoraggiato dal Meledrio, che nasce presso il lago delle Malghette già in zona Campiglio. Poco oltre Malé gli arriva la forza del Rabbiés, ruvido torrentaccio di montagna, che conosce a memoria tutti i nomi e la postura delle malghe di Rabbi. Ha un corso di 23 km. e, prima di versare nel Noce, ha tempo di assottigliarsi un poco per spegnere la sete della borgata di Cles. Questi torrenti formano l’ossatura d’oro limpido della Val di Sole: ma altre decine di corsi d’acqua la rendono preziosa. Sono ricchissimi di acque correnti la Val Vermiglio e la Valletta di Pejo; la prima con il Rio: Valbiolo, Merlo, Strino, San Leonardo, Pizzano sulla sinistra orografica, e con torrentelli e piccoli laghi silenziosi sulla destra; la Val di Pejo con le acque di Vallombrina, Val Piana, e i Rio: Vegaia, Taviela, Vioz, Vallenaia, Vedretta Rossa – tutti scroscianti di cascate – in versante Nord; sulla destra le montagne, più erte, fanno strada a corsi d’acqua più brevi, ma più selvaggi e rumorosi, che vanno nel Lago di Pian Palù o scaricano nel Noce vicino alle Acque di Pejo.
Sia a settentrione che a Sud del Noce, lungo il percorso vallivo, occhieggiano in quota decine di laghetti, poco noti, ma scenografici e struggenti nella loro liquida bellezza. Non mi riferisco solo a Fazzon, meta di molti turisti; parlo dei laghi sopra la Montagna (più su di Ortisé e Menas), di quelli verso Rabbi e degli specchi a monte del comprensorio sciistico di Marilleva. Comincia a circolare la consapevolezza che domani la lotta fra i popoli sarà proprio per l’acqua. Essa interessa ormai la Turchia, la Siria, l’Iraq, il Libano, Israele, i palestinesi. Fra non molto i conflitti saranno per il possesso e lo sfruttamento delle sorgenti in Pakistan ed in India, nell’Iran, in tutto il centro Asia ex-sovietico attorno al morto Lago Arai.
E’ destino che inquinamento progressivo e bisogno d’acqua si sovrappongano ad aggravare i problemi, La desertificazione è un fatto tragico, che non si estende solo attorno al Sahara (quel deserto che significativamente vuol dire: “il nulla”): se ne sentono le prime avvisaglie anche nel meridione d’Italia. Non siamo a questo punto critico, non ancora, per ciò che riguarda la Val di Sole. Ma ci sono segnali di attenzione.
Nei comuni di Monclassico e Dimaro tutto filò liscio, fin che ogni residente (persone ed animali) si accontentò di 100 litri di acqua al giorno (gli umani) e rispettivamente di 40 e di 20 litri quotidiani (il bestiame grosso e piccolo). In totale a Monclassico si trattava di 87.860 litri giornalieri, per i 560 abitanti, le 360 bestie grosse e le 300 piccole; a Dimaro di 104.420 litri al giorno per i 700 abitanti e le 320 bestie grosse, oltre alle 400 piccole. I dati sono del 1923.
Passato qualche decennio, quando la popolazione aumentò e soprattutto giunse l’ondata del turismo, cominciarono i guai. Le 17 sorgenti di Dimaro e le 13 – assai modeste – di Monclassico si rivelarono insufficienti al bisogno. Si dovette ricorrere ad acque più lontane, sgorganti direttamente dalle montagne del Brenta (con problemi di rischio, come accadde alcuni anni fa con la sorgente Centonia per un’infiltrazione di carburante).
Oggi si comincia a capire che l’acqua e preziosissima, anche nei paesi solandri che non avevano mai sofferto la sete. Per questi motivi non ritengo romantico o esagerato denominare l’acqua come oro, “oro limpido” del futuro. Quanto sarà rara, tanto sarà contesa.
In Val di Sole è ancora un bene naturale, sovrabbondante, perfetto e quasi gratuito. Ma fino a quando?
Si preannunciano grandi progetti di sfruttamento idroelettrico del Noce e della Vermigliana. Forse i tubi delle condotte ingoieranno i torrenti, togliendo alla valle il suo originario legame con il nome antico, che vuol dire soprattutto “acqua”. Fin che c’è tempo, abbiamo bisogno d’una pausa di ripensamento. Anzitutto per metter freno ai consumi senza ragione; poi per prevenire l’inquinamento delle falde, minacciate dall’ipersfruttamento invernale per la neve programmata; infine per riflettere e decidere con saggezza su progetti industriali che non sono vitali per il territorio e che rischiano di trasformare una valle, tanto legate al ciclo dell’acqua, in un anonimo paesaggio mitteleuropeo, dove il liquido elemento è quasi sempre accompagnato da un’orrenda schiuma biancastra nei fiumi ormai compromessi; e dove le piogge, figlie dell’acqua, invece di nutrire il manto vegetale, lo rendono malato con la loro acidità.
A mio parere la prima attenzione deve essere puntata ad un uso più sobrio e meno coinvolgente dell’acqua per il turismo invernale. La tecnica, che richiama certamente un sempre maggior numero di sciatori, perché la neve è sicura, è una subdola nemica dell’ambiente. I danni oggi non sono ancora quantificabili, perché l’acqua è tanta e – almeno in apparenza – la gente distratta da guadagni reali. Ma non si può sperperare un’eredità, che è un bene non rinnovabile e vitale. La natura è vendicativa e non perdona gli errori compiuti a suo danno. Cerchiamo di non dannarci con le nostre mani e con una stolta, onnivora ingordigia.
(*) Da “Storia e storie nelle Valli del Noce” ed. dicembre 2001

