‘LA FAMIGLIA BEVILACQUA di MALè e TERMENAGO’

‘LA FAMIGLIA BEVILACQUA di MALè e TERMENAGO’

Un cognome particolare, narrato dagli stemmi 

Il cognome Bevilacqua è storicamente tipico ed unico della val di Sole, per quanto concerne il Trentino Alto Adige. Al di fuori lo troviamo a Verona, con i conti Bevilacqua e poi è presente un po’ in tutta Italia. Il significato deriverebbe, secondo alcuni testi, dall’invito ‘a bere dell’acqua’ (in senso anche ironico) dato ai primi capostipiti, in quanto invece accaniti bevitori di vino. Tale origine non provata, sarebbe però difficilmente accettabile, perché originata da un giudizio forse troppo soggettivo. La possibilità comunque rimane e d’altronde il ‘soprannome’ lo si trova nel ‘300 sul territorio locale, ad esempio anche a Riva, con ‘Giovanni detto bevilaque’ e a Trento, con ‘Gioachino fu ser Gioachino detto Bevilaque da Dro’.

Oltre a questa teoria, si potrebbe però fare un’altra ipotesi, legata forse al possesso dei primi antenati di un terreno o luogo, ove vi fossero fonti di acqua, presenza abbondante della stessa e viene da pensarlo, collegandolo al predicato nobiliare della famiglia, che fu proprio ‘A Fonte’, dato magari come sostantivo legato proprio al significato del cognome, o più probabilmente appunto dalla vicinanza fisica ad una fonte, da cui lo stesso allusivo cognome.  

Comunque sia andata, il primo personaggio documentato, con questo ‘proto-cognome’, è proprio il capostipite di tutti gli attuali solandri e derivati da questi, ovvero ‘ser Antonio detto bevilacqua’, vivente a Croviana nel 1327, paese avito della famiglia. 

I personaggi noti, in seguito, si collocano un po’ in tutte le epoche. Il primo in ordine cronologico fu senz’altro Nicolò Bevilacqua (1520 ca. – 1573), chiamato anche ‘de Graumo’, per via di un possesso omonimo della famiglia in val di Sole, ricordato assieme ad altre proprietà nel suo testamento. Fu tra i primi stampatori a Venezia, probabilmente il secondo di importanza, dopo il celeberrimo Aldo Manuzio ed allievo dello stesso. Da qui e per i secoli successivi, poi, abbondarono i personaggi votati alle scienze giuridiche, piuttosto che al sacerdozio: ben dieci notai, da un ‘ser Giovanni fu ser Antonio Bevilacqua’, menzionato dal 1511 al 1528, che fu anche sindaco di Termenago, fino a Francesco Saverio, operante dal 1768 al 1810, anche nella carica di cancelliere di Malé.  

E poi un Dionisio, operante tra ‘600 e ‘700; Giovanni Nepomuceno, anche cancelliere decanale e Giovanni Niccolò, nel 1736 giudice generale delle valli del Noce. Tra i sacerdoti, qualcuno appartenente ad altri rami, come quello di Cavareno, portato là proprio da un prete della famiglia, ma il primo fu un certo don Pietro di Croviana, già menzionato nel 1511. Poi, don Giovanni, anche parroco a Castelfondo, che ottenne la concessione di uno stemma imperiale nel 1555, assieme ai tre nipoti, uno dei quali, Giovanni Felice, fu anche agente di Sigismondo Thun, noto Oratore al Concilio di Trento. Suo fratello, Giovanni Lorenzo (1540-1570), venne definito erudito di poesia e musica, sulla stessa lastra tombale stemmata, presente in chiesa a Malé.

Un ramo della famiglia, anche benestante e con molte cariche di rilievo, fu poi quello emigrato a Trento città, con Agostino Bevilacqua, medico, che compare nel 1582: ottenne dal vescovo Madruzzo nel 1580 uno stemma simile a quello del 1555, ma un po’ semplificato, mentre il figlio Giovanni, mercante, ebbe nel 1590 la allora prestigiosa cittadinanza di Trento. Uno dei massimi discendenti del ramo cittadino fu però Antonio (notizie dal 1630 al 1682), citato tra i medici di Trento nel 1671, quando già era stato nominato protomedico della regina Eleonora di Polonia e del fratello, l’imperatore Leopoldo I.

Scrisse nel 1682 un famoso trattato di medicina: ‘Tractatus speciali de curatione febrium malignarum’, pubblicato a Graz. Si dilettò anche di poesia, tanto che entrò nella nota Accademia degli Accesi di Rovereto, poco dopo la sua istituzione, con lo pseudonimo di ‘Ardente’ e pubblicò anche un ‘Panegirico’ della festa di sant’Antonio da Padova, dedicandolo ad Anna De Medici. Ancora, Nicolò, console cittadino nel 1643 e ‘Francesco fu Nicola’, capo-console nel 1720, che portò all’estinzione il ramo cittadinesco, sposando la figlia Maddalena Felice un Balduini.

L’archivio di tale ramo, oggi custodito presso la Biblioteca Comunale di Trento, ci è utile per la genealogia e anche per sapere che la casa avita a Malé era sulla piazza, ‘sopra la fontana grande’, tanto da far sospettare che il cognome sia connesso proprio all’esistenza di questa fonte, come detto sopra.

In tale casa si stipularono diversi atti notarili, anche per altre persone, e la famiglia aveva anche diritto di sepoltura in chiesa; Fin dal ‘500 vi era la tomba con lo stemma antico come detto sopra, su un lato del presbiterio, mentre sull’altro è posta quella dei conti Thun.

Lo stesso stemma fu confermato nel 1571, quando i membri della famiglia ottennero il titolo di Cavalieri. Nel 1613, poi, Antonio di Malé ebbe un ulteriore aumento, inquartando lo stemma antico con un cane che esce dalle ‘acque’, sempre quindi allusivo al cognome.

Per quanto riguarda tempi più recenti, il personaggio più noto fu il cardinale Giulio Bevilacqua (1881-1965), figlio di Matteo, oriundo di Termenago e di Carlotta Oliari, nato a Isola della Scala e trasferitosi giovanissimo a Verona città con la famiglia. Qui frequentò il liceo Maffei e, dopo la laurea in Belgio, ‘in utroque iure’, si dedicò alla sua missione verso gli ultimi, gli sfruttati, prestando servizio anche nelle trincee della prima guerra e battendosi anche per i diritti delle donne. In seguito fu in Vaticano, ove condivise l’abitazione dal 1928 al 1932 con un giovane mons. Montini, futuro Paolo VI, che divenne suo amico e lo nominò cardinale nel 1965, poco prima della morte.

Menzionato anche tra i principali promotori del Concilio Vaticano II, nonostante la sua carica, chiese di rimanere a capo della sua umile parrocchia, alla periferia di Brescia. Qui svenne il Venerdì Santo di quell’anno e volle celebrare poi l’ultima messa a Pasqua, morendo il 6 maggio successivo.

Paolo Turri