Zamboni, la macchina del ghiaccio famosa negli USA “racconta la storia di una famiglia di emigrati”

Zamboni, la macchina del ghiaccio famosa negli USA “racconta la storia di una famiglia di emigrati”
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Una macchina e il suo inventore

La Zamboni è una macchina compatta e potente che entra negli stadi di hockey nell’intervallo tra un tempo e l’altro e in pochi minuti percorre tutto il terreno di gioco in cerchi concentrici lasciando il ghiaccio liscio e levigato. Può sembrare un giocattolone, ma è un macchinario complesso e delicato che richiede autisti specializzati, fa un ottimo lavoro e risulta anche simpatica agli spettatori tanto da essere citata in fumetti, canzoni, modi di dire.

Il marchio, registrato, è il cognome del suo inventore, Franck Joseph Junior, figlio di Francesco Zamboni partito da Arsio in cerca di fortuna all’età di 22 anni nel 1885.

Francesco sposò una ragazza conosciuta durante il viaggio, Carmelina Masoero di Avigliana vicino a Torino, con cui ebbe 4 figli. Al terzo, nato nel 1901 in una fattoria nell’Utah, mise il suo stesso nome, Frank Josef junior. Dopo qualche anno Francesco e Carmelina comperarono una fattoria più grande nell’Idaho e i figli li aiutavano nel lavoro dei campi, ma sembravano interessati soprattutto alle macchine. Il più grande andò a lavorare in un’officina a Los Angeles, dove anni dopo lo raggiunse tutta la famiglia e Frank lavorava con lui. Frank non fece studi regolari, poté però frequentare corsi per meccanici e elettricisti, dove rivelò il suo talento per la meccanica. Nel 1927 con uno dei fratelli avviò una fabbrica per produrre il ghiaccio, che, in grandi blocchi, serviva per mantenere freschi i prodotti agricoli che dalla California viaggiavano verso tutta l’America. Ma dopo neanche 10 anni furono inventati i refrigeratori e la fabbrica del ghiaccio chiuse. Nel 1940 i fratelli Zamboni, utilizzando le macchine per produrre il ghiaccio, realizzarono assieme al cugino Peter Zamboni una pista per pattinaggio sul ghiaccio di 1800 metri quadri, che chiamarono Iceland, Islanda, dove si poteva pattinare tutto l’anno. Mantenere liscio e compatto il ghiaccio era un lavoro lungo, faticoso e costoso e Frank Zamboni riuscì, dopo non pochi tentativi, a realizzare una macchina che raschiava, puliva, livellava e lustrava il ghiaccio in pochissimo tempo. Costruita tutta a mano a partire da un piccolo trattore, nel 1948 era nata la prima Zamboni, brevettata col nome del suo inventore e destinata a un lungo successo. Nel 1950 cominciarono le vendite negli Stati Uniti, in Canada e in Europa. Ancora oggi la Zamboni ha praticamente il monopolio della manutenzione delle piste di hockey negli Stati Uniti e nelle Olimpiadi invernali, quindi la vedremo in azione anche da noi l’anno prossimo.

Frank dimostrò anche un grande talento imprenditoriale, guidando una fabbrica ancora prospera a continuò a migliorare la sua macchina, mentre ne inventava altre per la manutenzione dei campi sportivi, in particolare quelli di erba sintetica.

Le sue figlie e suo figlio lavorarono con lui e alla sua morte, nel 1988, continuarono e migliorarono la sua attività, che oggi è in mano alla nuova generazione.

Il sito web dell’azienda “Zamboni.com”, ha un rimando alla biografia del fondatore, da cui abbiamo tratto questa sintesi.

Alle Olimpia di Torino 2006 c’erano sei macchine Zamboni con dodici guidatori e, a controllare il tutto, Donald Zamboni, nipote di Frank. Il Corriere della Sera mandò a intervistarlo Marco Imarisio e il titolo dell’intervista era: “Zamboni, il mito americano che arriva dal Piemonte, perché, argomenta Imarisio, la macchina nacque grazie al “fondamentale contributo” della piemontese Carmelina Masoero, madre di Frank”. Donald Zamboni non mostrò nessun particolare interesse per le sue lontane origini italiane, né per i luoghi di provenienza dei suoi bisnonni.

Il 16 gennaio 2013 la pagina di Google si apriva con l’immagine di una Zamboni e il ricordo del suo inventore, che era nato 112 anni prima. Il giorno dopo Il Trentino uscì con un articolo “Google celebra il noneso Zamboni”, anche quella fu l’occasione per ricordare storie di emigranti di successo.

Una famiglia di emigranti

Francesco fu tra i primi nonesi a cercare fortuna in America quando qui cominciò la grande crisi economica che impoverì drammaticamente tutte le famiglie. I Zamboni erano 10 tra fratelli e sorelle e quando il padre fece testamento, 10 giorni prima di morire nel 1898, tre maschi, Floriano, Francesco e Giuseppe, e tre femmine, Lucia, Maria e Elena, erano già in America. Luigi li seguì dopo la morte della madre, mentre rimasero in Val di Non Arcangela, Giuditta e Marianna.

Francesco sposò una ragazza incontrata durante il viaggio: affrontare l’America in due era sicuramente un vantaggio. La prima meta di Francesco fu probabilmente qualche miniera del Wyoming, dove per i giovani uomini era facile trovare lavoro perché dopo la costruzione della ferrovia che univa le due coste degli Stati Uniti, attorno al 1870, era cominciata la corsa a popolare e sfruttare sterminati territori abitati solo da qualche tribù di nativi. Nel 1901, quando nacque Frank Joseph junior, Francesco possedeva una piccola fattoria in Utah.

Comperare una “farma” era il sogno di molti emigrati nonesi, abituati da sempre a lavorare la terra e allevare bestiame. Nello stato dei Mormoni, Utah appunto, venivano venduti piccoli appezzamenti dove era possibile avviare un’attività agricola, anche se bisognava vivere sotto il controllo della comunità religiosa, a cui prima o poi era quasi obbligatorio aderire. Chissà se fu per questo che Francesco Zamboni dopo pochi anni si trasferì nel vicino Idaho, in un’altra fattoria.

I fratelli e le sorelle Zamboni si sistemarono tutti negli stati dell’Ovest e si aiutarono sempre attivamente. Giuseppe, che aveva sposato Rachele Zanoni di Cloz, fece il minatore a Superior per tutta la vita, e minatore fu anche suo figlio. Suo nipote Joe nacque a Superior nel 1941 e rimase lì fino a che, nel 1957, la miniera fu chiusa e la città fu completamente smantellata.

Allora suo padre trovò lavoro in California nella fabbrica dei cugini Zamboni, dove lavorò anche lui per alcuni anni. Joe è l’unico dei Zamboni ad aver cercato e mantenuto un rapporto con i paesi dei suoi nonni. La sua infanzia e la sua giovinezza a Superior li ha passati in una comunità di nonesi che conservavano intatte le tradizioni dei loro paesi, Brez, Cloz, Tret e Castelfondo soprattutto. Nel suo ricordo sono stati anni bellissimi, nonostante la durezza della vita dei minatori. Facevano il vino con l’uva che compravano in California, distillavano la grappa, facevano il maiale e affumicavano le lucaniche in grotte scavate nella roccia, andavano a caccia e a pesca in territori sconfinati. “Siamo poveri ma viviamo meglio dei re” dicevano quei vecchi minatori. E le nonne preparavano teglie di mosa cotta al forno, polenta, canederli e altre specialità dei vecchi paesi.

Attorno al 1990 Joe Zamboni venne a Arsio a cercare tracce della sua famiglia e qualcuno lo accompagnò a casa di mia madre, che era cresciuta a Superior e parlava inglese. Scoprirono così non solo di poter confrontare i ricordi della loro infanzia a Superior, ma di essere cugini, in quanto la nonna di mia mamma era Marianna Zamboni, sposata con Battista Flor “molinar” di Brez.

Il “cugino” Joe, che vive in un ranch nel Nord della California, ogni due o tre anni ha fatto il suo giro in Val di Non insieme alla moglie e a qualcuno dei figli, e ha potuto parlare con tante persone, avendo ripreso l’italiano che da piccolo gli era familiare.

Spesso partecipa al raduno dei Zamboni che si tiene ogni anno in California e a cui sono invitati tutti i discendenti, centinaia ormai, di quei fratelli e sorelle emigrati alla fine dell’Ottocento. Ma nessuno è interessato ai suoi viaggi nei vecchi paesi, osserva Joe con un po’ di delusione. Ormai sono tutti solo americani.

Maria Floretta

Redazione