I GRANDI roveri delle Pozze Longe Il picchio verde, re del bosco delle Pozze Longe
di Fabrizio Rizzardi

Erano quattro i grandi roveri delle Pozze Longe a Coredo, nel bosco che guarda verso sera.
Cresciuti uno vicino all’altro sul margine di un grande prato che era tenuto spazzolato dalle mucche che i ragazzi del colomel di Pravalier, da generazioni e sopra tutto d’estate, portavano al pascolo e che era chiamato la Puoseta.
Avevano centinaia di anni, forse 500, e avevano visto e sentito molti fatti accaduti in val di Non, le rivolte contro il clero e i nobili che affamavano la gente, il passaggio delle truppe francesi e anche di quelle di Andreas Hofer che li combatteva.
Avevano sofferto il freddo nel terribile “An de la fam”, il 1816, quando nei mesi di giugno e luglio nevicava ancora, e quando c’era il sole scaldava pochissimo. Frumento, segale, orzo e patate non maturavano, c’era una grande carestia, la gente aveva fame e il comune aveva mandato alcuni carrettieri con i loro carri a comperare patate e frumento nelle zone più a est dell’impero, in Boemia.
Venne il tempo della coltivazione del baco da seta, sentirono il lontano tuonare dei cannoni che veniva dal fronte del Tonale nella prima guerra Mondiale, i rumori del cantiere della grande diga che chiuse le acque del Noce nel lago di santa Giustina, l’arrivo dei primi trattori e altri ancora.
Una mattina presto, era il mese di agosto, passò di lì un grosso orso, si fermò annusando l’aria e alzatosi sulle zampe posteriori si diede una vigorosa grattata contro il tronco del più grosso dei roveri, per poi proseguire verso la valle di san Romedio.
Generazioni di uccelli di tante specie avevano fatto il nido, cantato e riposato sui loro rami e scoiattoli e ghiri ne avevano fatto il loro rifugio.
Alla fine degli anni sessanta i ragazzi smisero di andare al pascolo con le mucche e il grande prato cominciò a chiudersi, vennero anche piantati molti abeti e pochi anni dopo, poco lontano, si cominciò a scavare la cava della Cementi Tassullo. I grandi roveri, già vecchi, cominciarono a soffrire, per le forti vibrazioni che arrivavano fin lì per le esplosioni delle mine della cava e perché a causa del bosco che avanzava nel grande prato e degli alberi che intorno crescevano si sentivano soffocare.
Avevano nostalgia delle risate dei ragazzi che mentre le mucche pascolavano, giocavano sotto la loro ombra e che ogni tanto arrostivano su un fuoco improvvisato le patate prese nei campi poco sopra, e in autunno, dei latrati dei cani che inseguivano le lepri e dei cacciatori che facevano la posta, e di chi passava per raccogliere funghi.
Uno alla volta si lasciarono morire, ne rimase in piedi uno che fu anche puntellato con un grosso trave, dalla associazione Pro Ecomuseo che istituì il percorso dei Monumenti Vegetali, con la posa di tabelle descrittive, ma alcuni anni fa cadde anche lui.
Le fotografie degli ultimi due si possono vedere nel bel libro, edito dalla P.A. di Trento dal titolo “CUSTODI DEL TEMPO” dalle radici del Trentino, nel capitolo I i grossi roveri di Coredo.
L’Asuc di Coredo quest’anno decise di farne un lottino da legna, metterlo all’asta, e così alcune persone lo hanno acquistato non per farne legna ma per lasciarlo dove era nato e con la giusta sistemazione far riprendere vita al percorso dei Monumenti Vegetali di Coredo.

Il picchio verde delle Pozze Longe

Era un bel picchio verde, si sentiva il re del bosco delle Pozze Longe, aveva visto passare già 6 inverni e guardava con superiorità tutte le altre creature che popolavano quel bosco piuttosto magro dove da 50 anni non pascolavano più le mucche guardate dai ragazzi nei giorni di bel tempo e non c’erano più gli uomini che facevano lo strame per le stalle ma una strana macchina con un lungo collo che bucava la roccia che dopo tremende esplosioni veniva portata via dai camion. Così al posto del bosco era cresciuto un grande buco dalle ripide pareti che lasciavano vedere le vene della roccia e perfino un bel laghetto con l’acqua che prendeva i riflessi di vari colori ma non c’erano pesci che qualche airone di passaggio sperava di trovare, volavano invece leggere le libellule argentate e ogni tanto arrivava anche qualche germano reale e altre anatre.
Nella grande cava passavano in cerca di cibo tanti animali, lepri, caprioli, un maestoso cervo strofinava le sue corna su un piccolo pino, la volpe dalla lunga coda scavava per cercare i topolini, il tasso brontolone sapeva di certe radici vicino al laghetto, la lunga biscia d’acqua aspettava le ranocchie, la poiana girava in tondo scrutando e perfino un giorno, appena prima che albeggiasse, era passato un grande orso che veniva dalla valle del lago che un tempo diventava rosso e che viaggiava verso la valle del santo , dove aveva saputo di un suo parente chiuso in gabbia e voleva salutarlo e siccome aveva appena piovuto lasciò una fila di grandi orme.
Ecco tutto questo andirivieni faceva arrabbiare il picchio verde! Era lui il padrone, ma nessuno gli chiedeva permesso e lui arrabbiato dava tremende beccate al tronco del vecchio pino come se battesse su un tamburo per farsi sentire e così facendo rimediava anche uno spuntino di larve e insetti e tra un boccone e l’altro lanciava il suo grido acuto. Anche il gheppio volava ogni tanto sulla cava e aveva adocchiato il picchio verde così una mattina si appostò sul ramo del grande abete sopra il laghetto aspettando.
Quando il picchio che aveva deciso di attraversare la cava per controllare se passava qualcuno senza permesso e già che c’era di assaggiare la corteccia del rovere che si era seccato dove sapeva si nascondevano le larve prelibate, passò proprio sotto, il gheppio si staccò silenzioso dal rame e tuffandosi nell’aria si mise a inseguirlo con volo silenzioso.
E fu un soffio nell’aria che salvò il picchio, che con uno scarto improvviso sfuggi per pochi millimetri agli artigli acuminati, riuscendo a nascondersi dietro il tronco del ciliegio selvatico, lanciando il suo grido sonoro e più acuto del solito chissà se per lo spavento o per cantare vittoria.
La giornata continuò e di nuovo ci fu che arrivarono tanti uomini che portavano lunghi rami neri e luccicanti sulle spalle e che facevano fumo e un grande rumore e neanche loro chiesero il permesso al re della cava, il picchio verde.
Fabrizio da Coret

