È tempo di bilanci e analisi del 2025
È tempo di bilanci e analisi dell’anno appena concluso. Il 2025 è stato un anno che si è contraddistinto per una marcata volatilità, confermando quanto sta accadendo ormai da un decennio.
Stiamo infatti attraversando un periodo in cui certamente non mancano le novità sia dal lato economico che geopolitico. La principale differenza è che al giorno d’oggi si è passati dalla competizione tra aziende, o gruppi industriali, alla competizione globale tra stati e aree geografiche. Ad amplificare il tutto sono gli organi d’informazione che in una lotta a chi la “spara più grossa” contribuiscono a creare un clima di incomprensione e disaffezione dei lettori e della popolazione.
Se si rileggesse ex-post tutto quello che è stato scritto in questi ultimi dodici mesi, ci si renderebbe conto che oltre la metà delle cose dette non hanno avuto seguito per più di una settimana. Non parliamo poi delle previsioni catastrofiche fatte da giornalisti o analisti sul declino del mondo e del commercio mondiale collegato ad esempio con l’introduzione dei dazi di Trump. Ad oggi ci si dovrebbe trovare con un’inflazione enorme, ma in realtà non è così: nel 2025 in Europa è stata dell’1,9% e negli USA del 2,7%.
Queste esasperazioni stanno creando problemi nelle capacità di valutazione del rischio da parte del comune risparmiatore e delle strutture non specializzate che non hanno un approccio di gestione attiva. In questi anni chi ha portato a casa risultati è perché è stato sul pezzo ed è riuscito a modificare tempestivamente il portafoglio in base alle mutate situazioni dei mercati. Ad una gestione dinamica delle proprie risorse dev’essere però sempre affiancata una efficace pianificazione finanziaria che vada a definire gli obiettivi e stabilito le priorità nel raggiungimento delle proprie esigenze.
Chi è rimasto liquido perché impressionato dalle brutte notizie dei giornali ha certamente perso denaro per effetto dell’inflazione (1,9%), ma ha anche implicitamente posticipato di un anno gli obiettivi che si era posto.
Di certo in questo contesto hanno tratto beneficio gli istituti di credito che anche per il 2025 porteranno utili record, perché la liquidità massiccia in deposito, se ben investita o concessa in prestito a tassi mediamente superiori al 3,5%, genera abbondanti margini. Del resto, le banche fanno il loro lavoro, sono i risparmiatori che in alcuni casi sono rimasti in stand-by, lasciando che le cose andassero avanti da sole.
Trump, Groenlandia e il cambio di rotta USA: l’Europa deve agire
Le parole del presidente Trump sulla Groenlandia hanno provocato reazioni forti in Europa. Molti le hanno lette come una provocazione contro il diritto internazionale e l’Alleanza Atlantica. Ma il vero problema è un altro: concentrarsi solo su questo rischia di far perdere di vista il cambiamento profondo nella strategia americana.
Gli Stati Uniti stanno riducendo il loro impegno per la difesa globale. Spostano risorse sulla difesa del proprio territorio (la cosiddetta “dottrina Donroe”) e sulla sfida con la Cina. Il sostegno agli alleati occidentali non è più scontato, diventa condizionato. Washington si aspetta che l’Europa prenda in mano la difesa del continente, con una cooperazione possibile ma basata su responsabilità concrete.
La nuova Strategia di Difesa USA del 2026 lo conferma, l’attenzione passa dalle idee alle capacità reali. La base industriale – produrre armi, munizioni, tecnologie e mantenerle nel tempo – entra nel concetto di deterrenza. In un confronto tra grandi potenze che può durare decenni, conta non solo la tecnologia di oggi, ma la capacità di sostenerla a lungo.
Per l’Europa ignorare questo è rischioso. Le dinamiche geopolitiche non sono lineari, una risposta troppo dura potrebbe non far arretrare gli USA ma creare fratture. In caso di crisi grave sul fronte ucraino o nei Paesi baltici, alcuni Stati potrebbero cercare protezione diretta da Washington. Questo spezzerebbe l’unità dell’Europa, con effetti anche su economia e moneta.
Quindi siamo di fronte a un paradosso: una posizione europea ferma sui valori, ma senza forza militare e industriale, rischia di accelerare la divisione che vuole evitare. Finché la difesa resta basata su accordi parziali invece che comuni, ogni scontro con gli USA porta rischi imprevedibili.
La soluzione è accelerare gli investimenti in aerospazio, cyber-sicurezza, semiconduttori e tecnologia. Non solo per la sicurezza, porta anche più produttività, industria solida e competitività a lungo termine. Una nuova politica industriale europea potrebbe rafforzare la cooperazione dell’occidente in modo equilibrato, evitando esclusioni da settori chiave dell’innovazione.
Inoltre, maggiore autonomia darebbe più credibilità all’euro. Una moneta sostenuta da un’Unione capace di difendersi guadagna fiducia naturale. In sostanza, l’Europa ha da decidere se reagire solo emotivamente e rischiare frammentazione, o se usare questo momento per accelerare autonomia e responsabilità.


