Petrolio e prezzo dei carburanti

Petrolio e prezzo dei carburanti

Nel mese di marzo è tornato a salire vertiginosamente il prezzo dei carburanti, riportando alla memoria quanto accaduto un paio d’anni fa. Il conflitto in Iran ha infatti fatto esplodere il prezzo del petrolio, che di conseguenza si riflette sul prezzo di benzina e gasolio al distributore. Se nel 2022 il problema era la chiusura degli approvvigionamenti dalla Russia, ora è la chiusura dello Stretto di

Hormuz, nel Medio Oriente, a causare i rincari. Ma il gasolio che utilizziamo tutti i giorni per muoverci e riscaldarci, effettivamente da dove arriva? In questo articolo trovate una panoramica di quanto petrolio utilizziamo in Italia e da dove e come arriva nel nostro Paese.

Quanto petrolio consumiamo in Italia

Il consumo italiano di prodotti petroliferi nel 2025 è stato di circa 51 milioni di tonnellate, in calo del 2,4% rispetto al 2024. Questo calo nel consumo è ormai una tendenza dovuta alla transizione energetica, alla maggiore efficienza / elettrizzazione dei veicoli e all’aumento dei biocarburanti (vedasi articolo di economia su il Melo di novembre 2025).

Prima del Covid il consumo annuo era di oltre 60 milioni di tonnellate. Se misuriamo il consumo in barili, come spesso sentiamo dai media, siamo tra 1,2 e 1,3 milioni di barili al giorno, che posizionano l’Italia intorno al 18°-19° posto mondiale (fonte Unem).

I trasporti coprono circa il 75-80% di questo consumo, il restante serve per la produzione di energia elettrica, l’industria e il riscaldamento degli edifici.

Dove viene estratto il petrolio che consumiamo?

Una parte del petrolio raffinato in Italia viene anche estratto da giacimenti del nostro Paese: circa 80.000 – 100.000 barili al giorno, ovvero tra 4 e 5,5 milioni di tonnellate annue che corrispondono dal 5% all’8% del fabbisogno nazionale. I giacimenti principali si trovano in Basilicata (Val d’Agri e Tempa Rossa), che conta da sola per circa il 70-80% della produzione nazionale, in Sicilia, nell’ Adriatico e in piccoli campi nel Centro-Sud. La quasi totalità dell’estrazione nazionale è gestita da Eni e Shell.

Tutto il resto viene importato e, in dettaglio, nel 2025 sono stati importati 56 milioni di tonnellate di greggio da:

Africa 41,7%: Libia 24,2%, Nigeria 5,5%, Niger 3%, Algeria 2,9%;

Paesi ex Urss 29,9%: Azerbaigian 17%, Kazakistan 13%;

America 13,5%: Stati Uniti 9%, Brasile 2,4%;

Medio Oriente 12,2%: Iraq 6,1%, Arabia Saudita 5,8%, quote minori da Kuwait e altri;

Europa 2-3%: principalmente Norvegia.

Il trasporto in Italia e la raffinazione

Il petrolio arriva in Italia principalmente via nave con le petroliere. Per quanto riguarda il greggio della Libia il tragitto è molto breve, impiega meno di 3 giorni, mentre quello di Niger e Nigeria parte dal Golfo di Guinea ed entra nel Mediterraneo dallo Stretto di Gibilterra. Il porto di sbarco principale è quello di Augusta, in Sicilia. Il petrolio Azero e Kazako, invece, viaggia nell’oleodotto fino in Turchia, poi viene caricato sulle navi e portato ad Augusta e Trieste.

Solo il petrolio del Medio Oriente, quindi una piccola parte, deve passare dallo Stretto di Hormuz, famoso in queste ultime settimane per il blocco dovuto alla guerra tra USA/Israele e Iran.

Una volta in Italia, il petrolio viene raffinato in una decina di stabilimenti sparsi su tutta la penisola: Pavia (Eni), Novara (Esso/ExxonMobil), Livorno (Eni), Venezia (Eni), Ancona (API), Mantova (IES), Cremona (ex Tamoil), Busalla (Iplom), Cagliari (Saras), Siracusa (Lukoli), Siracusa (Esso/ExxonMobil), Taranto (Eni), Messina (Eni e Q8), Caltanissetta (Eni). L’Italia ha una capacità di raffinazione complessiva di circa 85-90 milioni di tonnellate/anno, ma le lavorazioni effettive nel 2025 sono state intorno ai 58-64 milioni di tonnellate.

Dal prezzo del petrolio al prezzo del carburante

Il prezzo del carburante, benzina o gasolio, è composto da 4 componenti: il costo effettivo della materia prima, il costo della raffinazione, le accise e l’iva. Il costo della materia prima, cioè il petrolio, dipende dalle quotazioni di borsa, che per noi italiani è il prezzo del Brent. Nel grafico riportato sotto ho confrontato l’andamento del prezzo del petrolio in borsa con quello del gasolio al distributore (al netto delle accise). Si nota che negli ultimi 10 anni i due prezzi si muovono in maniera coordinata, con il prezzo del gasolio che segue l’andamento del prezzo del petrolio con due settimane di ritardo. In realtà queste due settimane sono un dato che andrebbe valutato separatamente nel caso di aumenti o diminuzioni del prezzo: l’effetto che si percepisce di rincari veloci e discese lente è reale. C’è un comportamento asimmetrico, chiamato “razzo e piuma”: gli aumenti del prezzo del petrolio vengono trasmessi rapidamente dal gasolio, mentre i cali vengono trasmessi in ritardo.

Il taglio delle accise

Dopo il riallineamento delle accise di benzina e gasolio in vigore da inizio anno, che ha portato entrambi i valori a 0,673 euro per litro, oltre iva, lo scorso marzo è stato effettuato un taglio d’urgenza di 20 centesimi/litro, che ivati sono circa 25cent/litro. Questo taglio non si è però visto compiutamente nei prezzi dei carburanti alla pompa. Ciò accade quasi sempre quando il consumatore finale vede solo il prezzo finito, comprensivo di imposte.

Faccio un esempio: se un prodotto costa 10 euro e ha l’iva al 22%, significa che il suo prezzo è di 8,2 euro + iva. Una riduzione dell’iva al 10% dovrebbe far scendere il prezzo finito a 9 euro. Ma se l’iva è “annegata” nel prezzo del cartellino, magicamente quel prodotto verrà a costare 9,1 euro + iva, ovvero sempre 10 euro per il consumatore. Così anche con le accise, se non viene indicato il prezzo netto più le imposte, non saranno mai efficaci queste misure.

Giorgio Leonardi