150 anni fa sui monti di Pejo. Le esplorazioni dell’ufficiale austroungarico Julius Payer
Nel cuore dell’Ottocento, quando le Alpi non erano ancora il palcoscenico turistico che conosciamo oggi, Julius Payer si avventurava tra le vette del gruppo dell’Ortler con uno scopo che univa rigore scientifico e tensione narrativa: misurare, descrivere, raccontare.
Dal 24 agosto al 24 settembre 1867, le montagne di Pejo divennero il suo laboratorio e il suo teatro, dove ogni cresta, ogni vedretta, ogni pascolo d’alta quota si trasformava in punto trigonometrico, in toponimo da fissare, in esperienza da trascrivere.
Il saggio che ne scaturì, suddiviso in sei capitoli, è un documento prezioso. Le prime cinque sezioni offrono una descrizione del territorio, mentre la sesta si apre a un registro più personale, quasi turistico, in cui le escursioni diventano racconto. In questa duplice anima si riflette la figura di Payer: boemo di origine, ufficiale dell’esercito austro-ungarico, cartografo, esploratore, ma anche narratore attento, capace di restituire il paesaggio non solo come spazio misurabile, ma come luogo vissuto.
La traduzione curata da Mario Turri, pubblicata dall’Ecomuseo Val di Pejo, si affianca alla versione edita dalla SAT nel 1982, distinguendosi per le note esplicative e per i riferimenti storici, toponomastici e culturali, pensati per offrire una contestualizzazione locale degli eventi narrati e così valorizzare il legame tra paesaggio e memoria. Il saggio di Payer intreccia la precisione rigorosa con la suggestione narrativa e restituisce il senso profondo di un viaggio che fu, insieme, misurazione e meraviglia.
Nel 1867, Julius Payer non si limitò a camminare tra le montagne di Pejo: egli le misurò, le osservò, le inscrisse in una rete di punti e coordinate che avrebbe contribuito a rendere più fitta e precisa la cartografia del territorio austro-ungarico.
Questa attività non era solo tecnica: era anche politica, scientifica, culturale. A differenza del Catasto francese, che tendeva a trascurare le zone impervie e glaciali, quello austriaco si distingueva per una rilevazione completa del territorio, includendo ghiacciai, vedrette, morene e pascoli d’alta quota.

Il sistema catastale austriaco ha come centro simbolico il campanile della Chiesa di Santo Stefano a Vienna, punto d’intersezione tra il 48° parallelo e il 34° meridiano. Per il Tirolo e il Vorarlberg, il vertice trigonometrico primario è invece il campanile della chiesa di St. Jakob a Innsbruck.
“Riferimenti – ricorda Turri – che non erano casuali: essi rappresentavano un ordine, una gerarchia, una volontà di inscrivere il paesaggio montano in una griglia razionale e condivisa, tipica del ‘mondo di ieri”.
Payer, in questo contesto, agiva come intermediario tra la natura e la mappa. Ogni vetta, ogni cresta, ogni punto rilevato diventava parte di un disegno più ampio, in cui la montagna non era solo luogo di bellezza o di sfida, ma anche oggetto di studio e di sistematizzazione. La sua attività si collocava dunque al crocevia tra scienza e potere, tra esplorazione e amministrazione.
Le misurazioni effettuate da Payer, riportate nel saggio, sono accompagnate da toponimi originali e da unità di misura dell’epoca, che oggi sembrano esotiche ma che allora costituivano il linguaggio tecnico della rilevazione.
In definitiva – annota Turri – il progetto di Payer non fu solo una raccolta di dati: fu una forma di racconto, una narrazione cifrata del territorio, in cui ogni punto misurato diventava una parola, ogni linea una frase, ogni vetta una pagina di un libro che ancora oggi possiamo leggere.
Accanto alla precisione scientifica, emerge anche la dimensione umana dell’esplorazione. L’alpinista di Pejo scelto da Payer come portatore ed esperto dei luoghi fu Giovanni Antonio Chiesa. All’epoca delle escursioni, Chiesa aveva sessant’anni, un’età avanzata per affrontare salite ripetute, trasporti pesanti, notti in quota. Eppure, la sua presenza fu fondamentale. Conosceva i sentieri, le vedrette, le insidie del terreno. Era, in un certo senso, il traduttore del paesaggio per l’esploratore venuto da fuori.
La sua figura però – sottolinea Mario Turri – non si esaurisce nel ruolo di guida. La vita di Antonio Chiesa fu segnata da luci e ombre, come testimonia il memorandum di don Giuseppe Baggia relativo all’incendio di Pejo del 2 ottobre 1895. In quel drammatico episodio, una detonazione improvvisa e un vortice di fiamme scatenarono il panico tra la popolazione.
La causa? Probabilmente la polvere da sparo nascosta nella casa che era appartenuta proprio a Chiesa, detto “frate” … Questa biografia tormentata restituisce una dimensione umana più profonda alle vicende raccontate da Payer.
Le vette di Pejo furono esplorate da un trio disuguale ma complementare, composto dallo stesso Payer, da Johann Pinggera, alpinista trentenne di Solda, dall’indole schietta che si rifletteva nei suoi tratti larghi, aperti, come riferisce lo stesso Boemo, e dal vecchio montanaro di Pejo, intriso di tradizione religiosa, di saggio e prudente fatalismo derivato dall’esperienza.
In appendice, il testo offre una panoramica delle unità di misura – lineari, di superficie, di capacità – e ne propone la conversione, permettendo al lettore contemporaneo di orientarsi tra le cifre e le distanze. È presente inoltre una scheda tecnica di Roberto Revolti sulle misurazioni catastali.
Durante la serata di presentazione lo scorso agosto del volumetto, il curatore Mario Turri ha ringraziato Francesco Mazzocchi del CAI di Brescia, intervenuto personalmente all’evento, per aver condiviso con competenza e passione la complessa biografia di Julius Payer. Ha inoltre riconosciuto la generosa disponibilità di Mazzocchi nel concedere l’utilizzo delle tabelle e dei grafici da lui tradotti e pubblicati nel volume “Brenta, Adamello, Ortles – Le esplorazioni alpinistiche 1864–68” di Julius Payer, edito dal CAI Brescia e Grafo nel 2017, che gli interessati possono richiedere direttamente al CAI di Brescia.

